Italiani nel Mondo/ Il Ministro Tremaglia a Bergamo
per l'incontro annuale dell'AIRL/ Tripoli ha approvato il
progetto di ristrutturazione del cimitero italiano
    AISE

11 maggio 2005

Raffaella Aronica

      Il comune di Tripoli ristrutturerà il cimitero italiano, ormai da anni in una situazione di abbandono riportata all’attenzione della cronaca dopo la profanazione e distruzione, il 19 gennaio scorso, di un altro cimitero, quello di Mogadiscio. Lo ha annunciato oggi, 11 maggio, all’Aise il presidente dell’Airl, Giovanna Ortu, dopo un colloquio telefonico con l'ingegnere capo del comune di Tripoli Azuz.
     Della questione si è occupato anche il Ministro degli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, intervenuto domenica scorsa, 8 maggio, all’annuale incontro dell’Airl con tutti gli italiani rimpatriati dalla Libia e residenti ora nel nord Italia, che si è tenuto, come sempre, a Bergamo, in nome del frate francescano Giovita Dossi, scomparso 10 anni fa, ma fondamentale figura per i rimpatriati italiani.
     All’incontro erano presenti circa 400 persone, ha riferito Giovanna Ortu, che ha rivolto parole di gratitudine nei confronti del Ministro Tremaglia, che, "sempre gentile e disponibile nei nostri confronti, ha portato spesso le nostre istanze in CdM", ma non ha risparmiato "pesanti" critiche verso l’operato del governo, "che ci ha profondamente delusi".
Tremaglia, "un po' dispiaciuto", ha dato "naturalmente" atto di tali mancanze, ma "ha formalmente promesso che questo governo, con Fini al Ministero degli Esteri, si occuperà certamente" delle tre questioni più urgenti per l’Airl.
    In primo luogo la limitazione dei visti decisa improvvisamente dallle autorità libiche, senza che la nostra Ambasciata ed il nostro governo ne fossero informati. Tremaglia, ci ha riferito Giovanna Ortu, premerà "affinché le limitazioni siano sbloccate e, se questo non accadrà, affinché si possa arrivare all’applicazione del principio di reciprocità, limitando i visti italiani anche ai libici".
C’è poi la questione infinita degli indennizzi. "La prossima sarà l'ultima finanziaria di questa legislatura ed il governo già prepara il Dpef", ha ricordato la presidente Ortu, che, al Ministro Tremaglia, ha espresso l’auspicio che "la questione degli indennizzi non venga dimenticata". Tremaglia ha assicurato che questo non accadrà e che il Ministro degli Esteri Fini si batterà in tal senso. È necessario, però, ha rimarcato Giovanna Ortu, che anche gli altri ministeri interessati, in primis quello del Tesoro, siano d’accordo.
    Ed infine c’è la questione della ristrutturazione del cimitero italiano di Tripoli, dove a Bergamo si è vista "qualche piccola schiarita", perché Tremaglia ha annunciato che il governo "sta cercando di trovare almeno la prima tranche dei fondi".
     Ma la vera novità è stata comunica solo oggi dall'ingegnere capo del comune di Tripoli Azuz, che questa mattina ha telefonato direttamente all’Airl ed ha comunicato alla Presidente Ortu che "il progetto di ristrutturazione del cimitero, preparato dall’Airl, è stato approvato formalmente". L’ingegnere Azuz intende "consegnarlo nel corso di una riunione alla quale sia presente anche un rappresentante dell'Airl". Per questo Luigi Sillano partirà a breve alla volta di Tripoli, per partecipare, in qualità di incaricato dell’Airl, alla riunione, che sarà presieduta dallo stesso Azuz ed alla quale saranno presenti anche una delegazione del Consolato italiano a Tripoli, guidata dal Console Carlo Colombo, ed altri due componenti dell’ufficio tecnico ed ambientale del Comune di Tripoli.
    La data dell’incontro sarà fissata nei prossimi giorni, non appena saranno convocati tutti i partecipanti. "A quel punto – ha concluso Giovanna Ortu – mi auguro che contestualmente arrivi l'annuncio che il nostro governo abbia trovato ulteriori fondi".


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Italiani nel mondo/ Ancora nulla di fatto per i visti agli italiani rimpatriati dalla Libia/ Ortu (Airl) scrive al Presidente della Camera Casini

AISE

2 maggio 2005

Raffaella Aronica

Nulla di fatto per i cittadini italiani rimpatriati dalla Libia. Alle tante promesse mancate, tra cui quella fondamentale degli indennizzi, si era aggiunta nei giorni scorsi la questione della limitazione ai visti, arbitrariamente decisa dalle autorità libiche, senza che il governo italiano e le nostre rappresentanze diplomatiche a Tripoli ne sapessero nulla.

La crisi del governo Berlusconi ha di fatto bloccato i tentativi messi in atto dal Presidente dell'AIRL, Giovanna Ortu, di risolvere la questione. E nemmeno la visita a Tripoli del Presidente della Camera, Pierferdinando Casini, ha avuto il risultato auspicato. Pur avendo inserito nell'agenda dei suoi colloqui con le autorità libiche la questione dei visti per gli ex residenti, Casini, dichiara la Ortu, è tornato in Italia "a mani vuote": secondo la Presidente dell'Airl, infatti, le risposte ottenute sono infatti "inaccettabilmente dilatorie".

In una lettera inviata oggi, 2 maggio, al presidente Casini, la Ortu sottolinea che "le disposizioni del Governo libico sono in palese violazione dei diritti umani e confermano, purtroppo, che la nostra politica nei confronti di quel Paese è stata fallimentare".

"È evidente – prosegue la presidente dell'Airl – che siamo stati usati: non abbiamo chiesto alcuna contropartita alla Libia prima di fornirgli l'aiuto richiesto per l'eliminazione dell'embargo e per il rientro nel consesso occidentale con il risultato che oggi, essendo meno isolata, la Jamahiria può permettersi di non rispettare gli impegni solennemente presi su diversi fronti. Ciò umilia non solo me e le migliaia di rimpatriati che rappresento, ma tutti i cittadini italiani". Per la soluzione di questo problema, la Ortu ricorda di attendere "che il Ministro degli Esteri dia corso alle iniziative di cui parla nella sua ultima lettera, fino ad applicare il principio di reciprocità".

Giovanna Ortu richiama poi all'attenzione di Casini "un altro aspetto del contenzioso che i rimpatriati hanno in tema di indennizzi per i beni confiscati, contenzioso che riguarda esclusivamente il Governo italiano" e per il quale la presidente dell'Airl ha chiesto a Casini "un breve incontro". "Anche quest'anno il Governo probabilmente trascurerà di inserire un modesto stanziamento pluriennale per il nostro indennizzo nel DPF che si appresta a varare. Ciò in spregio alla volontà parlamentare espressa con la votazione plebiscitaria dell'odg n.9/4489/61 del 17/12/2003", osserva la Ortu, che acclude alla lettera un "un promemoria che ripercorre le tappe del lungo inganno che si è consumato nell'arco di questa legislatura, contrariamente agli impegni solennemente presi in fase elettorale".

La prima tappa della vicenda "indennizzi ai rimpatriati" risale dunque al maggio 2002, ben 3 anni fa, quando, ricorda la Ortu, "il presidente della commissione Finanze del Senato, Riccardo Pedrizzi, di Alleanza nazionale, presenta il d.d.l. n.1334 sottoscritto da altri 44 senatori dei due schieramenti politici che prevede il saldo degli indennizzi dovuti dallo Stato italiano ai rimpatriati per i beni confiscati dal governo libico".

Il 1° agosto dello stesso anno, "Berlusconi riceve a Palazzo Chigi il presidente dell'Airl Giovanna Ortu in previsione del suo primo incontro con Gheddafi, che si terrà il 28 ottobre successivo. Berlusconi impartisce istruzioni ai funzionari presenti all'incontro affinché nella Legge finanziaria 2003 venga inserito uno stanziamento a fronte del d.d.l. 1334 Pedrizzi ed altri".

Il 16 ottobre in una lettera a Berlusconi Giovanna Ortu dichiara: "Malgrado le istruzioni da Lei impartite durante il nostro colloquio, non siamo riusciti a trovare nella legge finanziaria il promesso stanziamento".

Il 24 ottobre Gianfranco Fini riceve la presidente dell'Airl e il presidente dell'AIRIL, Leone Massa, in vista della visita di Berlusconi a Tripoli del 28 ottobre. Un comunicato di Palazzo Chigi rileva che "Fini ha confermato la determinazione del Governo italiano di tenere presente, nell'ambito dei nuovi rapporti italo-libici, anche le legittime aspettive di ordine morale ed economico sostenute dalle due Associazioni".

Ma il 23 dicembre 2002, ricorda la Ortu, "gli indennizzi restano fuori della Finanziaria 2003. Il presidente della commissione Finanze del Senato Pedrizzi tenta in extremis di salvare la faccia al Governo facendo approvare il 23 dicembre un emendamento per una somma ridicola di 2,5 milioni di euro all'anno da frazionare per tre anni. L'importo è tecnicamente mal stanziato e quindi inutilizzabile. La questione resta aperta per l'anno successivo".

E siamo al 7 maggio 2003, quando, alla vigilia delle elezioni amministrative del 25 maggio, il vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini riceve ancora Giovanna Ortu a Palazzo Chigi ed assume il solenne impegno di risolvere definitivamente il problema indennizzi con la Finanziaria 2004. segue una lettera aperta di Giovanna Ortu a Berlusconi "per richiamare il governo ai suoi doveri".

Il 17 dicembre, "nonostante le promesse di Fini, gli indennizzi vengono ignorati anche dalla Finanziaria 2004. Ma il Parlamento reagisce: la Camera dei Deputati approva con 430 voti su 443 deputati presenti l'odg n.9/4489/61 che impegna il Governo a completare l'indennizzo dei rimpatriati dalla Libia".

Un anno dopo, il 23 settembre 2004, il Ministro per gli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, interviene dalle pagine del Secolo d'Italia: "In un momento di rinnovati rapporti con la Libia (la fine dell'embargo europeo n.d.r), il Governo non deve dimenticare i nostri connazionali che in passato hanno sofferto perdite morali ed economiche a seguito della cacciata dal Paese. A loro dovrà essere corrisposto un indennizzo definitivo dopo gli acconti percepiti in base alle leggi precedenti. Ciò consentirà una dignitosa riparazione della vicenda sul piano materiale". La questione dei rimpatriati entra così nelle pagine della stampa nazionale, dall'Unità al Corriere della Sera.

Il 14 ottobre il vice ministro all'Economia, Mario Baldassarri, riceve una delegazione dell'AIRL e garantisce lo stanziamento a copertura della legge d'indennizzo.

Il 30 ottobre si tiene il Congresso dell'Airl, al quale giunge il messaggio del ministro Tremaglia: "Confido nella positiva evoluzione anche del contenzioso ancora in corso". Al congresso intervento Riccardo Pedrizzi che dichiara: "per motivi scaramantici non voglio fare promesse, voglio solamente riferire che in Commissione Bilancio è stato presentato un emendamento da parte di tutto il gruppo AN con uno stanziamento abbastanza adeguato: la copertura finanziaria è stata dichiarata compatibile con l'esigenze di bilancio". Tutto è confermato dal vice presidente del Consiglio Fini, che assicura: "quel che ha detto il Senatore Pedrizzi certamente troverà seguito in Parlamento, e se toccherà a me esprimere il parere del Governo, il Governo esprimerà un parere favorevole".Per la stampa nazionale la questione dei risarcimenti per i beni confiscati sembra essere ormai ad una svolta. Su La Stampa del 17 novembre 2004 si legge: "Il viceministro Baldassarri ha promesso l'approvazione di un emendamento alla finanziaria che stanzia per quest'anno i primi 50 milioni di euro".

Il giorno seguente Mario Puccinelli, componente della delegazione Airl a Tripoli, dichiara allo stesso giornale: "non ho nulla da pretendere dai libici, chi mi ha trattato peggio è stato il governo italiano".

I beni confiscati agli ex italiani di Libia: 37.000 ettari di terra, 1.750 abitazioni, 5.000 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei, macchine agricole per un valore, nel 1970, di 200 miliardi di lire.

La Ortu si affida, dunque, al presidente Casini, "all'equilibrio e alla saggezza che ha dimostrato in ogni circostanza, per avere una parola chiara e definitiva in merito, anche la più negativa: se non abbiamo diritto ad essere indennizzati dobbiamo saperlo; se i pochi fondi necessari non possono essere resi disponibili si trovino forme e modi per onorare il debito. Dopo trentacinque anni vorremmo poter mettere la parola fine alla nostra incredibile odissea!".



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Urso a Tripoli: i visti ai rimpatriati valutati 6 miliardi di euro

Comunicato stampa
del 7 aprile 2005

Apprendiamo che nell'incontro odierno con il Viceministro Urso, il primo ministro libico

avrebbe affermato che la concessione dei visti agli italiani nati in Libia è subordinata al regalo della famosa autostrada da un confine all'altro del Paese per un impegno economico che si aggira sui sei miliardi di euro.

Questo il commento di Giovanna Ortu, presidente dell'AIRL: “Nemmeno la nostra dignità, che peraltro non ha prezzo, vale così tanto! Non spetta certamente a noi analizzare i tempi e i modi in cui questa lievitazione è avvenuta a partire dall'accordo del 1998 che nulla prevedeva in materia. Si parlò poi di un centro ospedaliero (costruito e donato alla città di Bengasi nel 2002) e successivamente di 60 miliardi delle vecchie lire da destinare prima ad un importante progetto sanitario, e poi all'elaborazione gratuita del progetto di una strada.

Per quanto più strettamente ci riguarda, non riusciamo a credere che i libici, dopo averci riservato un'accoglienza straordinaria avanzando precise richieste di collaborazione, vogliano far pagare nuovamente a noi, che già abbiamo perduto ogni nostro avere, il prezzo del loro contenzioso con il nostro Paese. Ricordiamo che il Colonnello Gheddafi si è dichiarato addirittura disponibile a foto-ricordo in nostra compagnia! ( intervista di Giovanni Minoli del dicembre 2004 ).

Comunque il governo italiano risparmierà se, per farci dimenticare la discriminazione di cui siamo oggetto e il clamoroso insuccesso nella lunga trattativa con i libici, si impegnerà nell'emanazione della legge che ci spetta per l'indennizzo dei beni confiscati trentaquattro anni fa: l'onere del provvedimento in nostro favore non arriva ad un ventesimo del regalo preteso dalle autorità libiche”.


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COMUNICAZIONE SUI VISTI

Italiani nel mondo/ Limitazione visti Libia/ Ortu(Airl) a colloquio con il Direttore del Mae Sessa: il clima è più disteso ma vogliamo risposte politiche

Aise

12 aprile 2005
Raffella Aronica

Roma/ Aise Si dichiara "moderatamente soddisfatta" Giovanna Ortu, che, in qualità di presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, è stata ricevuta ieri sera, 11 aprile, dal Direttore generale del Mae per i Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, per discutere della limitazione ai visti recentemente stabilita dalle autorità libiche.

Soddisfatta, dicevamo, ma pronta a non "mollare la presa" e decisa ad ottenere "una risposta politica" in tempi brevi, brevissimi. A colloquio con l' Aise , Giovanna Ortu ha infatti tracciato un bilancio dell'incontro avuto ieri alla Farnesina, anche alla luce della tanto attesa risposta giunta venerdì sera dal Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, alle sue precedenti e numerose sollecitazioni.

Una lettera, quella di Fini, che la presidente dell'Airl ha definito "molto gentile e amichevole nei toni", ma che "in sostanza è sempre una lettera diplomatica e non risponde ai problemi reali" legati non soltanto alla questione "visti", ma anche ai rimborsi che da lungo tempo gli italiani esuli dalla Libia attendono dal governo italiano. Resta, comunque, la presa d'atto dal parte del ministro Fini, ha ammesso la Ortu, dell'importanza che evidentemente a questi problemi finalmente il governo attribuisce.

A dimostrazione di ciò, sempre ieri, lunedì 11 aprile, il nostro Ambasciatore a Tripoli si è recato dal primo ministro libico, prima, e dal ministro degli interni, poi, per avere chiarimenti sulla decisione presa all'insaputa del governo italiano. "Il ministro dell'interno, che era stato in realtà già sollecitato dal ministro degli esteri, si è mostrato moderatamente possibilista", ci ha riferito Giovanna Ortu, che, informata dei fatti da Sessa, ha registrato con soddisfazione la decisione del governo italiano di insistere con la Libia nel "totale rifiuto" e nella richiesta del "ritiro di questo provvedimento limitato sub condicione", probabilmente adottato dal ministero degli interni, ha aggiunto la Ortu, "senza che lo stesso ministro degli esteri libico ne fosse informato".

Tra l'altro, proprio verso il ministro degli esteri libico Giovanna Ortu ha espresso parole di riconoscenza per aver sempre avuto nei suoi riguardi "espressioni molto affettuose e gentili" ed averle assicurato che sarebbe stata sempre la benvenuta in Libia. La presidente dell'Airl ha ricordato, inoltre, "un omaggio molto bello e significativo" resole due anni fa dal ministro, che in quell'occasione "aveva rifiutato la mia proposta di divenire una sorta di capro espiatorio nella questione visti, in quanto rappresentante dei diritti degli italo-libici".

In realtà, secondo Giovanna Ortu, "la Libia seguita a vedere in noi una possibile merce di scambio con i numerosi altri problemi che ci sono sul tappeto, perché, anche se non lo si ammette, in fondo tra Italia e Libia restano delle tensioni". Quello che, dunque, "ci aspettiamo dall'Italia è che il contenzioso sia messo una volta per tutte sul tappeto per trovare una soluzione definitiva".

Un contenzioso piuttosto ricco, per la Libia soprattutto, visto che da parte italiana, ha spiegato la Ortu, l'unica vera richiesta è stata sin dall'inizio quella relativa ai visti. "Sul tappeto, nel rapporto tra Italia e Libia, ci sono diverse questioni: da una parte c'è il contenzioso delle aziende che hanno lavorato a Tripoli negli anni '80 e che ammonta a circa 650 milioni di dollari di sola sorte capitale; dall'altra c'è quel "grande gesto" preteso dai libici, che in realtà non veniva citato nel rapporto del '98, ma che via via si è allargato dal progetto di un ospedale sino a quello della faraonica autostrada che dovrebbe collegare tutto il Paese. Vi sono poi altri aspetti minori, contenuti nel comunicato congiunto del 1998, che è stato più che altro una resa totale e quasi indefinita dell'Italia alla Libia". L'unica richiesta avanzata come contropartita dall'Italia, ha proseguito la Ortu, è stato "il rilascio dei nostri visti, che era qualcosa di irrinunciabile" e che oggi "ci viene nuovamente negato".

A fronte di tutto ciò, il lungo colloquio avuto ieri con il Direttore del Mae Sessa "è stato positivo" anche perché, ha dichiarato all' Aise il presidente dell'Airl, "il ministro Fini ha assicurato che il governo riuscirà a mettere in bilancio le somme necessarie per il restauro del cimitero di Tripoli", recentemente saccheggiato da ignoti.

Pur ringraziando il titolare della Farnesina per l'attenzione rivoltale, Giovanna Ortu, riferendosi alla questione degli indennizzi, ha però aggiunto: "ora voglio delle risposte politiche e questa è l'ultima opportunità di averle, a meno che non si vada alle elezioni anticipate". A questo punto la presidente dell'Airl ha lanciato un messaggio anche alla coalizione di centrosinistra per sapere se, in caso di vittoria delle elezioni, "sarebbero in grado di riconoscerci quello che ci è dovuto".

Abbiamo, infine, chiesto alla presidente Ortu entro quali termini si aspetta una risposta dal governo. "Ho dato loro un ultimatum", ha precisato Giovanna Ortu. "Una settimana, anche in considerazione del consiglio nazionale dell'associazione che si terrà venerdì".

Ultimatum a parte, ha concluso Giovanna Ortu, "il clima è più disteso. Abbiamo incassato qualche dichiarazione rassicurante e se non altro un impegno dei nostri a proseguire, a portare a termine questa operazione, a non tollerare alcuna discriminazione. Quindi ci riteniamo moderatamente soddisfatti, ma certamente non ci possiamo permettere il lusso di mollare la presa".


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Il Ministro Fini risponde alla Presidente dell'AIRL Ortu

Aise

12 aprile 2005
Raffella Aronica

ROMA\ aise\ - È giunta finalmente venerdì sera la tanto attesa risposta dal Ministro degli Affari Esteri, Gianfranco Fini, alle numerose sollecitazioni della presidente dell'Airl, Giovanna Ortu, sulla questione delle limitazioni dei visti stabilite dalle autorità di Tripoli, all'insaputa del ministro degli esteri libico e del governo italiano.

Mentre infatti la Ortu si preparava all'incontro con il Direttore generale del Mae per il Paesi del Mediterraneo, Riccardo Sessa, incontro tenutosi poi ieri, 11 aprile, alla Farnesina, venerdì sera le è giunta, insieme alla lettera dello stesso Sessa, una missiva da parte del Ministro Fini, "molto gentile e amichevole nei toni", ha dichiarato all' Aise la Ortu, ma che "in sostanza non risponde ai problemi reali" legati non soltanto alla questione "visti", ma anche ai rimborsi che da lungo tempo gli italiani esuli dalla Libia attendono dal governo italiano.

Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

"Gentile Signora Ortu

ho letto con grande attenzione la Tua recente lettera, e posso capire lo stato d'animo che l'ha ispirata, D'altro canto. Tu conosci molto bene la complessità del rapporto italo-libico, e sai quanto esso sia caratterizzato da passi in avanti e da battute d'arresto, come sempre imputabili a situazioni di diverso genere.

In questo quadro, voglio dirTi che le questioni che Tu hai voluto segnalarmi costituiscono altrettante priorità nell'azione del Governo nei confronti della Libia e verso tutti quegli Italiani che a quel Paese si sentono legati da vincoli di affetto.

Ciò detto, e per quanto riguarda più in particolare la vicenda dei visti, desidero farTi stato del mio più profondo disappunto per la notizia della recente adozione da parte libica di un provvedimento che limiterebbe la possibilità di fare ritorno in Libia agli esuli italiani ultra sessantacinquenni.

Come hai saputo, su mia richiesta il Direttore Generale Sessa ha incontrato ieri l'Incaricato d'Affari libico per esprimergli a mio nome la più ferma protesta nei confronti di una misura discriminatoria ed inaccettabile e che si pone inoltre in netto contrasto con quanto convenuto con le Autorità libiche, in particolare durante l'incontro del Presidente del Consiglio Berlusconi con il Leader libico il 7 ottobre scorso, ed ha chiesto il ritiro del provvedimento.

Ricordo ancora la gioia con la quale, durante il convegno della Tua Associazione lo scorso ottobre, al termine di quella che sembrava allora veramente la fine della "traversata del deserto", alcuni Italiani di Libia hanno ricevuto dalle mani dell'Inviato speciale del Leader libico, l'Ambasciatore Al Obeidi, i passaporti con i visti d'ingresso per far ritorno al Paese in cui sono nati.

L'adozione di tale iniqua misura mi pare tanto più sorprendente alla luce dei rapporti che l'Italia e la Libia hanno saputo costruire negli anni, ed in particolare negli ultimi tempi, e che ci hanno visto a fianco di Tripoli lungo il suo lungo cammino di riavvicinamento all'Occidente.

Tali considerazioni sono state rappresentate in maniera ferma ed inequivocabile alle Autorità libiche prima che avessimo conferma del provvedimento e lo abbiamo ripetuto oggi all'Incaricato d'Affari libico. Nei prossimi giorni il nostro Ambasciatore a Tripoli effettuerà un nuovo passo e ribadirà gli stessi concetti, assieme al nostro più fermo intendimento di far rispettare gli impegni presi, i quali, se disattesi, andrebbero a ledere i diritti fondamentali di quei cittadini italiani più legati alla Libia e che tanto possono fare - come riconosciuto dallo stesso Gheddafì - per cementare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi.

Vorrei comunque assicurarTi che in ogni momento il Ministero degli Esteri e l'Ambasciata a Tripoli hanno attribuito la massima priorità alla questione, che si è tradotta, su mie indicazioni, in continue sollecitazioni affinchè all'annuncio del Leader libico del 7 ottobre seguisse l'adozione di un provvedimento concreto, senza ambiguità e, soprattutto, senza alcuna limitazione.

Desidero infine confermarTi che tale impegno, mio personale e di tutto il Ministero degli Affali Esteri, proseguirà immutato affinchè siano garantiti il diritto sacrosanto dei nostri concittadini nati in Libia a poter tornare presto nei luoghi natii. Mi farà piacere poterTi incontrare per riprendere questo ed altri argomenti che stanno a cuore alla Tua Associazione, sui quali voglio comunque garantirTi che la Farnesina non ha mai mancato di impegnarsi".


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Italiani nati in Libia. Tripoli non da i visti

Corriere della sera

22 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli Italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati italiani dal Paese nord-africano (Airl) ha dovuto prendere atto che

"alle parole non sono seguiti i fatti". L'impegno per il rientro in Libia dei circa 20 mila italiani espulsi nel 1970 era stato preso dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Gheddafi, lo scorso 7 ottobre. Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, che ha guidato la prima missione in Libia, dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione".


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Continuano le traversie per gli italiani di Libia

Avvenire
22 marzo 2005

G.Gra.

Una "beffa". Così la presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu, definisce, con grande amarezza e un po' di rabbia, la vicenda degli italiani di Libia, per i quali "non è cambiato nulla". E spiega: "Sono passati 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli Italiani nati in Libia, diramato da Berlusconi e Gheddafi, e dobbiamo prendere atto che alle parole non sono seguiti i fatti". Al consolato libico continuano infatti a negare l'ingresso degli italiani nati in Libia con la giustificazione che "non hanno avuto alcuna disposizione in materia". E tutto questo, denuncia Ortu, nel "silenzio imbarazzato" del governo italiano e della Farnesina, che "dopo aver sbandierato ai quattro venti il presunto successo della diplomazia italiana, ora non sentono nemmeno il dovere di informarci su come stanno andando le cose". Ortu ricorda "la calda accoglienza" libica alla delegazione dell'Airl che si recò in visita a Tripoli nello scorso novembre, "il compiacimento del governo italiano" e la grancassa che ne seguì sui media: "Finora è stata una solenne presa in giro"

 


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Italiani di Libia tenuti alla porta

News Italia Press

21 marzo 2005

Tripoli - A distanza di oltre cinque mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia , diramato dal presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi in occasione dell'abolizione della Festa della Vendetta lo scorso 7 ottobre, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (AIRL) ha preso atto che alle parole non sono seguiti i fatti.

Con un articolo che apparirà sul prossimo numero di Italiani d'Africa , mensile dell'associazione, Giovanna Ortu - che ha guidato la prima missione ufficiale dell'AIRL in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso - registra tutta la sua accorata indignazione , rispondendo così alla delusione e all'incredulità di migliaia di associati. Dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva porre fine a un'ingiustificata discriminazione, la Presidente dell'AIRL confida che la denuncia di questo grande inganno potrà avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione.

" Per uno di quegli incredibili colpi del destino ai quali, nel bene e nel male, abbiamo imparato ad abituarci, potrà accadere che quando questo giornale arriverà nelle vostre case - scrive la Ortu - la situazione sia diversa da quella del momento in cui scrivo ". Ma al momento della firma del suo articolo, il quadro appare decisamente negativo. " Tanti di voi sanno già che la decisione su quei famosi visti, sbandierata al mondo intero, non è ancora operativa e non si riescono a conoscere nemmeno i retroscena di quella che è senza dubbio un'autentica beffa ".

Ma una cosa è certa: " Come in tutti questi 34 anni, noi siamo una volta di più il capro espiatorio di un rapporto bilaterale che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni bilaterali, comunicati congiunti, non riesce a decollare sulla base della lealtà e della parità ". Dopo tante settimane di attesa, risulta evidente a parere della Ortu che gli uffici della Farnesina, contrariamente ad una consuetudine mai interrotta neanche nei periodi più bui, preferiscano non riferire i risultati delle loro missioni in Libia . " Il nuovo Ambasciatore a Tripoli mi rincuora telefonicamente, ma è evidente il suo imbarazzo; altri ricorrono a battute di spirito per evitare di dichiarare il clamoroso insuccesso ".

Quel che è peggio è che tutti, italiani e libici, debbano ammettere che i conti non tornano o forse non tornano ancora. " E così, mentre si parla di project-financing relativo all'autostrada da donare alla Libia per porre fine all'ossessiva condanna del colonialismo, gli sbarchi dei clandestini provenienti dalla Libia sono ripresi a pieno ritmo, il gasdotto dell'amicizia, quasi simbolicamente, ha problemi tecnici di funzionamento, l'ENI perde commesse a favore degli americani e noi... siamo tenuti alla porta ".

Noi, " affettuosamente definiti 'italo-libici' dalle autorità della Jamahiria, saremmo nuovamente tentati di sbilanciare la percentuale della 'doppia nazionalità' a favore del Paese nord-africano , come già avvenne il 20 novembre a Tripoli " quando, per indurre la Farnesina a firmare l'assunzione di responsabilità relativa al restauro del Cimitero, " fummo costretti a dire che, diversamente, avremmo assunto l'obbligazione a titolo personale, mettendo a garanzia le nostre abitazioni ". Ma anche su questo fronte, si registra una pericolosa distanza tra parole e fatti. " Ed è questo che ferisce ed umilia proprio chi, avendo pagato in prima persona, insieme a ventimila cittadini italiani, le eventuali colpe della storia, ha messo in gioco la dignità e il rispetto dovuti ad un'intera categoria ".


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Italia-Libia: Associazione Rimpatriati, visti persi in deserto
All'annuncio del 7 ottobre scorso non sono seguiti i fatti
ANSA

21 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia ed espulsi nel 1970, fatto dal premier Silvio Berlusconi e dal leader libico Muhammar Gheddafi in occasione dell'abolizione della ''festa della vendetta'' lo scorso 7 ottobre, l'Associazione dei rimpatriati prende atto che ''alle parole non sono seguiti i fatti''.
Con un articolo (''Visti smarriti nel deserto'') che apparira' sul prossimo numero di Italiani d'Africa, mensile dell'Associazione, Giovanna Ortu che ha guidato la prima missione ufficiale dell'Airl in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, registra tutta la sua accorata indignazione, rispondendo cosi' alla delusione e all'incredulita' di migliaia di associati.
''Tanti di voi sanno gia' - si legge nell'articolo della Ortu - che la decisione su quei famosi visti, sbandierata al mondo intero, non e' ancora operativa e non si riescono a conoscere nemmeno i retroscena di quella che e' senza dubbio un'autentica beffa. Ma una cosa e' certa - prosegue - come in tutti questi 34 anni, noi siamo una volta di piu' il capro espiatorio di un rapporti bilaterale che, ad onta di protocolli d'intesa, commissioni bilaterali, comunicati congiunti, non riesce a decollare sulla base della lealta' e della parita''.


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Italia-Libia: rimpatriati, i visti smarriti nel deserto
AGI

21 marzo 2005

A distanza di oltre 5 mesi dall'annuncio del rilascio dei visti turistici per gli italiani nati in Libia, l'Associazione dei Rimpatriati italiani dal Paese nord-africano ha dovuto prendere atto che "alle parole non sono seguiti i fatti".
L'impegno per il rientro in Libia dei circa 20.000 italiani espulsi nel 1970 era stato preso dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal leader libico Muhammar Gheddafi, in occasione dell'abolizione della 'festa della vendetta', lo scorso 7 ottobre.
Giovanna Ortu, presidente dell'Airl (Associazione italiani rimpatriati dalla Libia), che ha guidato la prima missione ufficiale dell'associazione in Libia, svoltasi dal 17 al 22 novembre scorso, non ha nascosto la sua "accorata indignazione" e risposto cosi "alla delusione e all'incredulita di migliaia di associati". "Dopo l'affettuosa attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito la vicenda del ritorno che doveva porre fine ad un'ingiustificata discriminazione", la Ortu si augura che "la denuncia di questo grande inganno possa avere altrettanto risalto sui mezzi di informazione".



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SOMALIA: CIMITERO, ITALIANI LIBIA SOLIDALI E SDEGNATI
ANCHE A TRIPOLI UN CIMITERO DIMENTICATO, MA FONDI NON ARRIVANO
ANSA

20 gennaio 2005

Augusto Zucconi


(ANSA) - ROMA, 20 GEN - Muri abbattuti, fosse profanate, lapidi infrante: per la comunita' degli esuli italiani di Libia sono un doloroso film gia' visto le devastazioni subite nei giorni scorsi dal cimitero italiano di Mogadiscio, in Somalia.
E' un film per cui era stato preannunciato un lieto fine, che per il momento, tuttavia, resta ancora da realizzare: il progetto di risanamento e' pronto ma dei fondi promessi anche dal governo ''non abbiamo visto neanche una lira''.
Cosi' almeno assicura Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l' Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, che della ristrutturazione di Hammangi - il cimitero cristiano di Tripoli, dove nel totale degrado sono sepolti piu' di 8 mila civili italiani - fa una priorita' ''assoluta''.
Come molti altri italiani tornati in patria dopo essere stati espulsi dalla Libia oltre 34 anni fa, Giovanna Ortu e' rimasta scioccata nell'apprendre la notizia dello scempio compiuto nel cimitero italiano di Mogadiscio.
C'e' un forte sentimento di solidarieta' verso profughi tornati da un'altra ex colonia che in quel paese hanno lasciato i loro morti. E c'e' lo ''sdegno'' verso un ''atto di incivilta''' e per un evento che ''ripropone le gravi responsabilita' dello Stato italiano e dei suoi organi''.
''Quanto e' accaduto a Mogadiscio, se vogliamo, e' ancora piu' grave rispetto alla situazione del cimitero italiano di Tripoli - ha detto all'Ansa Giovanna Ortu - certo non possiamo tollerare atti che ledono in questo modo la nostra dignita' nazionale''.
''Il governo dovrebbe decidersi a promuovere un'iniziativa globale di tutti i cimiteri italiani all'estero - ha aggiunto - il grado di civilta' di un paese non si misura sulle varie demagogie dei vivi, ma sul reale rispetto dei morti''.
Sono anni che l'Airl sta portando avanti una decisa battaglia per dare una sistemazione decorosa al cimitero di Hammangi, un immenso spazio situato alla periferia di Tripoli che, dopo la cacciata degli italiani decisa da Muammar Gheddafi, e' stato ridotto a una landa desolata.
Centinaia di tombe sono state profanate da sciacalli che cercavano oggetti d'oro sui cadaveri. Il sito, inoltre, era stato trasformato in una gigantesca discarica a cielo aperto, popolata, oltre che dai ladri, da cani randagi e tossicodipendenti.
Ora Hammangi e' stato parzialmente ripulito grazie alla collaborazione tra Airl, autorita' diplomatiche italiane, governo libico e municipalita' di Tripoli. L'Airl, inoltre, ha messo a punto un progetto di risistemazione in base al quale le 8 mila salme sparse in un'area di 90 mila metri quadri saranno radunate nel vecchio Sacrario militare rimasto vuoto dopo il trasferimento in Italia dei resti dei 10 mila caduti delle guerre d'Africa.
''Secondo i calcoli iniziali il progetto doveva costare 6 milioni di euro - ha spiegato Giovanna Ortu - ma nonostante il preventivo sia sceso a 4,2 milioni, per ora questi soldi non ci sono e i nostri poveri morti devono ancora aspettare''.
Secondo la presidente dell'Airl, la Farnesina aveva promesso un contributo di 1,8 milioni di euro, ma la somma non e' stata ancora sbloccata. ''Pare che tra una decina di giorni ci sara' una riunione e pare che poi ci verra' comunicato che qualcosa e' stato trovato'', ha aggiunto.
Una delegazione dell'Airl lo scorso novembre e' stata riammessa in Libia per la prima volta dalla cacciata degli italiani, ma la liberalizzazione dei visti promessa dalle autorita' di Tripoli ancora non c'e' stata e nessun altro esule da allora e' potuto tornare nel paese di origine.
''Siamo amareggiati anche per questo ennesimo ritardo, dovuto a una mancanza di coordinamento tra le nostre autorita' e quelle libiche - ha detto ancora Giovanna Ortu - alla conferenza stampa di fine d'anno Silvio Berlusconi ha parlato anche del riavvicinamento con la Libia, ma poi si e' dimenticato di noi''.



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I ricordi africani e l'impegno attuale di due rimpatriati trapiantati a Latina

Il silenzio del deserto

L'AIRL difende i diritti degli italiani espulsi nel 1970

Pina Farina

     Giovanni Corazzina e Angelo Alagna sono i rappresentanti dell' AIRL (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia) nell'area pontina. Entrambi rientrati in Italia nel 1970, da molti anni sono impegnati nell'Associazione per far valere i diritti dei 20 mila espulsi sotto l'avvento del regime di Gheddafi.

Di cosa si occupa precisamente l'AIRL?

    «L'Airl è nata nel 1970 - risponde il signor Corazzina di Latina, dirigente di banca in pensione -, ma esisteva già un gruppo di italiani di Libia che operava in Italia prima di quella data e chiaramente per lo stesso obiettivo: difendere i diritti della comunità italiana in Libia e ottenere i riconoscimenti dovuti.    Durante questi trent'anni l'Airl si è impegnata per il riconoscimento dei beni in Libia e grazie alla Legge 135/85 abbiamo ottenuto un rimborso parziale, successivamente rinnovato con la corresponsione di indennizzi a cittadini ed imprese italiane per i beni perduti.
Gheddafi, com'è noto, aveva requisito tutti i nostri averi: officine, aziende, case, ecc.".
«A Latina la comunità degli italiani di Libia è molto affiatata -dice il signor Alagna, anch'egli pensionato -: svolgiamo due importanti incontri l'anno e partecipiamo a tutte le iniziative che si svolgono a livello nazionale. L'ultimo importante appuntamento è stato quello del 30 ottobre 2004 a Roma dal titolo "Italia e Libia tra vecchio e nuovo", in cui si è celebrato l'accordo tra Berlusconi e Gheddafi".

 
 
foto di gruppo all'assemblea del 30 - 31 ottobre 2004

Parliamo dell'insediamento della comunità italiana a Latina
    «Nel 1970 -racconta il Signor Corazzina - gli italiani che lasciarono la Libia si insediarono quasi tutti in Italia tranne qualche famiglia che preferi trasferirsi in Australia e negli Stati Uniti. A Latina già molti tripolini erano rientrati prima del colpo di stato e gettato le basi per il futuro nel loro paese di origine. La zona pontina si presentava in fase di crescita su tutti i settori ed in particolare quello agricolo e industriale; lo spirito pionieristico di questa gente ha permesso che tanti si ricostruissero delle dignitose posizioni in Italia.    Molti aprirono delle attività artigianali o furono impiegati in settori pubblici e privati".

In Libia quali lavori svolgevano gli italiani?
    «Svolgevano svariati mestieri: per esempio, diversi latifondisti acquistarono grossi appezzamenti di terreno dagli stessi libici e quindi si occupavano di agricoltura, molti altri erano inseriti nell'apparato burocratico della colonia italiana, altri ancora nel settore artigianale. La convivenza con il popolo libico era serena, il ritorno in Italia fu traumatico per tutti".

La vostra esperienza personale?
    «Quando sono arrivato in Italia avevo trentaquattro anni e il ricordo più bello in Libia risale agli anni giovanili -dice Corazzina -, quando praticavo il calcio. Ma emotivamente ciò che più mi manca è il silenzio del deserto".
«lo avevo ventitré anni -dice il signor Alagna -: non potrò mai dimenticare i sapori e gli odori particolari di quel paese e la pesca subacquea che praticavo tre, quattro volte a settimana»


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Cosa accadde in Libia

Una storia lunga un secolo

    Iniziata il 3 ottobre 1911, l'avventura coloniale italiana in Libia si concluse il 22 gennaio 1943, quando gli inglesi occuparono Tripoli, dopo la vittoria di EI-Alamein.
    Ventisei anni dopo, nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1969, il giovane colonnello Gheddafi con un colpo di stato incruento riuscì a prendere il potere in Libia.
    L'anno successivo, il 21 luglio 1970, lo stesso" Gheddafi promulgò tre leggi per la confisca dei beni degli italiani e degli ebrei e l'espulsione di tutti i membri delle due comunità. Furono 20.000 gli italiani costretti a rimpatriare in Italia.
     E come risarcimento per i danni subiti durante la colonizzazione, Gheddafi confiscò alla comunità italiana in Libia tutti i beni.
    Tra questi, 37.000 ettari di terra, 1.750 abitazioni, 500 esercizi commerciali e un migliaio tra aerei, autoveicoli e macchine agricole.
    Dalla confisca si salvarono le società dipendenti dall'ENI e dalla FIAT, con cui il governo libico avrà sempre un rapporto privilegiato (nel 1976 per quattrocento quindici milioni di dollari, la Libia acquisterà il 10% delle azioni della casa automobilistica di Torino ).
L'Italia divenne il primo partner commerciale della Libia: negli anni Settanta si diceva che un automobile su tre viaggiasse sulle strade italiane con petrolio libico.


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A Latina vive un terzo degli italiani rimpatriati dalla Libia

Arrivederci a Tripoli

Romualdo Gara

l' ex abitazione dei Sillano

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"Una discriminazione assurda". Così Luciana Capretti, giornalista e autrice del romanzo Ghibli, che narra le vicende della cacciata degli italiani dalla Libia avvenuta nel 1970, definisce ciò che sino a pochi giorni fa era prassi quotidiana. E cioè: un italiano qualsiasi, ottenuto il visto, poteva liberamente recarsi in vacanza in Libia. Un italiano nato in Libia, no. Perché? «Perché -spiega la Capretti -venivano considerati colonizzatori, compresi coloro che erano nati a Tripoli e dintorni ben dopo la fine del colonialismo. Italiani che, quindi, non si sono mai macchiati dei crimini commessi dall'esercito italiano nel periodo della colonizzazione. Ma che sono stati trattati come italiani di serie B». Dicevamo "fino a pochi giorni fa", visto che un accordo tra il governo italiano e quello libico ha dato ai nostri connazionali la possibilità di rivedere la terra dove sono nati o cresciuti. Thentaquattto anni di "esilio forzato" prima di realizzare il sogno di ritornare in Libia. Cosa accaduta il 1° dicembre scorso, quando una delegazione di italiani cacciati 34 anni fa da Gheddafi è stata ricevuta a Tripoli da esponenti del governo. Tra questi c'erano anche Luigi Sillano e sua figlia Ornella, che vivono a Latina, città particolarmente cara ai rimpatriati dalla Libia: «Qui e in provincia -racconta il signor Sillano - vive un terzo (più di 5.000 persone) dei ventimila italiani rimpatriati. Questa terra l'abbiamo scelta anche perché ci ricordava Tripoli. Ti faccio un esempio: solo nella zona di Latina in cui abito, insieme a me vivono circa 120 famiglie di rimpatriati». Ornella Sillano è stata l'ultima italiana a nascere in Libia: aveva solo cinque giorni, quando il padre sali sulla nave che riportava lui e la sua famiglia in Italia. «Ritornare a Tripoli è stato come riappropriarmi della mia vita -dice -.Ho rivisto la casa in cui sono nata, ho vissuto emozioni impossibili da raccontare». Luigi Sillano, dopo l'incontro con la delegazione del governo libico, è tornato in Italia con una convinzione in più: «L'accordo tra il nostro governo e quello libico cancella decenni di amarezza. Ora però ci sono tante cose sulle quali lavorare».
C'è il cimitero italiano di Hammangi, dove riposano 8.500 connazionali, che va ristrutturato dopo anni di abbandono. C'è il problema degli indennizzi da riconoscere agli italiani, che prima di andare via dalla Libia hanno dovuto restituire tutti i loro averi. Si parla di 50 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare nella prossima Finanziaria, «ma di sicuro non c'è ancora nulla», afferma Luigi Sillano che in questi giorni fa la spola, per l'Airl (Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia), con il Ministero degli Esteri, per saperne di più. «Trentaquattro anni fa -ricorda il signor Sillano- in Libia facevo il costruttore. Quando Gheddafi decise di mandarci via, fui spogliato, come tutti. di ogni bene. Ricordo che dovetti rimandare per qualche giorno il viaggio di ritorno, perché ero stato convocato presso l'Ufficio Speciale. Lì facevano l'elenco dei nostri averi e poi ce li toglievano. Camion, trattori, automobili, tutto». Era il settembre 1970. Le navi partivano da Tripoli cariche di italiani e approdavano a Siracusa e Napoli, dove erano stati attrezzati i campi di accoglienza. Era il tempo delle ingiustizie subite, dell'epidemia di colera. Identità acquisite, distrutte in pochi giorni. «È un invito -suggerisce Luciana Capretti -a ripensare ai viaggi della speranza che partono oggi dall' Africa e ai ritorni tristi di tante persone cacciate via dalla terra in cui vivono». Storie di ieri. Storie che continuano anche oggi.

vedute di tripoli
 
 
 
il cimitero italiano
  scorcio dell'anfiteatro romano


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Marx e Maometto

 

La dottrina di Gheddafi

La denominazione ufficiale della Libia, Jamahiriya Araba Libica Socialista Popolare, sta ad indicare che la Libia è uno Stato a regime socialista basato sulla Jamahiriya, ovvero «Stato delle masse», in accordo con la Terza Teoria Universale propugnata dal Colonnello Gheddafi nel suo libro Verde. Questo è un manuale che in 140 pagine illustra la dottrina professata da Gheddafi, alternativa al capitalismo e al comunismo. Una miscela di teorie socialiste ed islamiche ispirate a tradizioni tribali. L'ordine politico e sociale è governato anche dal Corano.


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I coniugi Mirabella di Aprilia sognano di rivedere la "loro" Tripoli

La nostra gioventù è lì

«La nostra comunità era viva ed affiatata. Con i libici c'era rispetto reciproco»

Pina Farina

Il signor Carmelo Mirabella, 76 anni vive con la sua famiglia ad Aprilia dal 1967,periodo in cui, per molti italiani residenti in Libia, ha squillato la tromba della ritirata in patria. «Io e la mia famiglia abbiamo anticipato la partenza per motivi miei di salute, ma dopo tre anni nel 1970, tutti gli italiani rientrarono lasciando quello che avevano costruito con grande sacrificio».
    Il signor Carmelo torna indietro nel tempo, a quando, cioè, era impiegato al Banco di Roma a Tripoli dopo aver lavorato per un periodo in un pastificio. «Si stava bene, non abbiamo mai avuto problemi di convivenza con il popolo libico; anzi, c'era rispetto reciproco e serenità». La Libia, infatti, che dopo il colpo di stato del leader Muhammar Gheddafi ha nazionalizzato tutte le imprese allontanando i 20.000 italiani residenti nel l'ex colonia, ha chiuso le sue porte ...

DESERTO, PERNICI E ...
...CAMMELLI

Carmelo Mirabella (a destra) a caccia
nel 1965 in Libia

    Maria Mirabella con il "burnus", tipico abito arabo ai tempi in cui vivevano a Tripoli  


per oltre trent'anni, impedendo il ritorno a chiunque volesse rivedere i luoghi natali o dell'infanzia. «I miei genitori si sono trasferiti in Libia nel 1922 ed io sono nato a Tripoli nel 1928 -racconta il signor Carmelo -e anche i miei figli Francesco e Giovanna sono nati lì. Siamo di origine siciliana e per maggiori prospettive di lavoro mio padre decise di trasferirsi in quella che era una colonia italiana. Il desiderio di tornare li è forte».
    Oggi, infatti, tornare sembra possibile grazie agli accordi che Gheddafi ed il governo italiano hanno sancito per una collaborazione in campo economico. «Sappiamo che molte cose sono cambiate -riprende il signor Mirabella -, ma lì c'è tutta la mia gioventù: ricordo in particolare il Circolo Italia", dove ci si riuniva con gli amici. C'era un clima culturale vivo, la comunità italiana era molto affiatata, si organizzavano feste, si frequentavano locali, si proiettavano film italiani e inglesi e ci si dedicava molto alla caccia». il rimpatrio è stato certamente traumatico per tutti, chi non aveva una casa in Italia è stato ospitato nei campi profughi :«io sono stato tra i più fortunati -prosegue Carmelo -, in Italia ho ricominciato a lavorare svolgendo una nuova attività e oggi, che sono pensionato, mi posso ritenere soddisfatto».
     Ma il signor Carmelo e la signora Maria, italiani nati a Tripoli, hanno un sogno nel cassetto: «Un viaggio turistico nella nostra amata Tripoli».


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Mideast - AFP

Libya's Kadhafi could visit Italy soon

Sun Dec 5, 4:37 PM ET
Mideast - AFP


ROME (AFP) - Libyan leader Moamer Kadhafi would like to travel to Italy soon to meet Italian Prime Minister Silvio Berlusconi and hopes to organize an international conference in Tripoli on immigration, his son has said.


"We hope that as early as next week we can start working on a timetable of meetings for the leader in Italy, said Saif Kadhafi in an interview with an Italian newspaper published on Sunday.


"The leader has spoken about it with...Berlusconi and hopes to be able to travel to Italy soon for political discussions, but also in order to meet the Italian people," he said.


Saif Kadhafi told Italian daily La Stampa that any visit would be conditional on an agreement between the two countries on reparations demanded by Libya for the Italian occupation of the country between 1932 and 1951.


"Very formal negotiations are underway on this question and as soon as they have arrived at something concrete, the leader will announce his visit to Italy," he said.


One of the principal issues of contention between the two countries recently has been the thorny issue of immigration.


Rome has identified Libya as being the main launchpad for crossings by sub-Saharan and north African migrants trying to reach Europe via Italy, and has been pressing Tripoli to take action.


"We would like to organise an international conference in Tripoli with the heads of state and government of the countries of origin, transit and destination of the migrant flow," Saif Kadhafi told La Stampa.


He said the European Commission (news - web sites), the EU's executive arm, would be invited to attend.


"The presence of clandestine (migrants) poses big problems for us," Saif Kadhafi said.


"There are more than a million of them, they bring in contagious diseases and organised crime and represent a humanitarian crisis of catastrophic consequences," he added.


Nearly 10,000 migrants have landed illegally on the Italian coast since the beginning of the year, according to the Italian interior ministry.


Berlusconi has been to Libya on two occasions, in August and October of this year.


During his last visit, Kadhafi gave his permission for Libyan-born Italians expelled from Libya in 1970 to return to the country to visit their homeland.


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Il direttore risponde

Libia: che fare per il cimitero di Hammangi?

    Caro Direttore,
la ringrazio davvero di cuore per lo spazio che il suo giornale ha dedicato al problema del cimitero di Hammangi, col reportage da Tripoli di Giovanni Grasso. In lui, oltre al giornalista, abbiamo incontrato un amico sensibile e partecipe Per quanto riguarda la ristrutturazione del nostro cimitero, le segnalo le tante lettere giunte all'Airl e da noi pubblicate sul secondo dei numeri speciali di "Italiani d'Africa", a testimonianza della grande trepidazione con la quale viene seguito questo problema. Confido che Avvenire non vorrà abbandonarci fino a che non si sarà reperita la somma necessaria alla realizzazione del progetto di recupero.
                                  Giovanna Ortu,
                                  presidente Airl
                                  Associazione italiani rimpatriati dallaLibia

    Caro Direttore.
abbiamo letto sul giornale del 19 novembre il triste racconto del degrado del cimitero italiano di Tripoli.    Per noi non è storia nuova: sono anni che l'Airl si batte per un'adeguata sistemazione dell'area cimiteriale e pare assurdo che adesso che c'è il consenso di Italia e Libia e vi sono tutti i permessi necessari, non si trovino i fondi per dar corso ai lavori.      Bisogna si dia immediata e degna sistemazione alle e circa 8500 salme di nostri connazionali che giacciono là abbandonati nel degrado più avvilente, come sottolineato anche dal reportage di Giovanni Grasso citato all'inizizio.
                                Andrea Alagna, Francesco Barcio
                                Ignazio Scalia, Angelo e Orlando Tripodi,                                 Claudio Maroso
                                                                Latina

    Tutti i passi formali sono compiuti.     Ogni ostacolo burocratico è
stato superato. La caduta delle sanzioni decise a suo tempo dall'Occidente nei confronti della Libia e la cordialità dei vari incontri tra il colonnello Gheddafi, il premier Berlusconi e il prof. Prodi nella sua veste europea hanno spianato la strada anche a quest'ultimo passo nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi.    Ora l'Intera pratica del recupero del cimitero di Hammangi è in carico al nostro ministero degli Esteri che deve reperire i quattro milioni e mezzo di euro necessari per la realizzazione del progetto (e concordati).    La tenacia degli amici dell' Airl, documentala da queste lettere e da quelle che abbiamo avuto occasione di ospitare nei giorni seguenti la pubblicazione del reportage da Tripoli di Giovanni Grasso, è stata un elemento fondamentale per impostare e far giungere a buon termine la trattativa col governo libico. Ma ora bisogna andare avanti.    Un ritardo nell'erogazione del fondi non si tradurrebbe solo in una brutta figura per il nostro Paese, ma offrirebbe anche un segnale contraddittorio e inaccettabile ai nostri interlocutori dell'altra sponda del Mediterraneo. Sarebbero infatti autorizzati a trarre la conclusione che ci interessa solo ciò che ha a che fare con la nostra sicurezza -vedi il controllo dell'immigrazione - e col nostro portafogli - rilancio del commercio -.           Sono aspetti questi che, indubbiamente ci premono, ma scadrebbero nella grettezza se non fossero integrati da un disegno più alto,in grado di dimostrare che "civiltà" non è termine avvizzito e retorico.        Quale simbolo più degno di tale ambizione del recupero del cimitero di Hammangi? Quando le lapidi divelte, le
tombe profanate,le erbacce, le carcasse e i rifiuti saranno solo un dolente ricordo, allora il passato di conflitti sarà davvero sanato. E anche il vostro doloroso turbamento potrà placarsi. Intanto, per accelerare itempi, potreste allargare la vostra colletta "simbolica" (presentata anche sul sito www.airl.it), aprendola a tutti gli italiani che condividono l'obiettivo di ridare al più presto degna sistemazione ai nostri connazionali sepolti ad Hammangi.     Sono convinto che molti aderiranno.


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ROMA-TRIPOLI, LA RINASCITA DI UN POSSIBILE FUTURO

Il disgelo cominciò due anni fa per il restauro del cimitero cristiano di Hammangi

Secolo d'Italia
1 dicembre 2004

Federico Guiglia

Il disgelo cominciò due anni fa, quando italiani e libici s'incontrarono a Tripoli per un cimitero: il "Cimitero Cristiano di Hammangi" abbandonato a se stesso, come quei ventimila connazionali espulsi dalla mattina alla sera, una mattina del 1970. Nel nome dei morti, italiani e libici hanno costruito, incontro dopo incontro, un nuovo futuro per i vivi, come racconta l'imprenditore Luigi Sillano, che ha partecipato per conto del l'Associazione italiana rimpatriali dalla Libia a tutte le trattative un tempo silenziose, e ora concluse con l'annuncio del progetto approvato per restaurare il cimitero. Di nuovo un simbolo, la rinascita di una possibile, moderna collaborazione fra Roma e Tripoli.

Per la prima volta Sillano racconta tutto. Racconta delle emozioni nel rivedere la sua terra di nascita e la sua casa d'infanzia, dei libici che gli dicevano "bentornato", e in italiano, del futuro speciale tra Italia e Libia che si può costruire, forse e finalmente, nel Mediterraneo. A dimostrazione del fatto che anche le svolte della grande politica sempre derivano dalle piccole storie degli uomini, prima ancora che dagli interessi strategici ed economici.

Luigi Sillano è nato, naturalmente, a Tripoli e ha sessantasette anni.

Qual è stata l'emozione della prima volta?

Ho lascialo Tripoli a trentatré anni e ci sono tornalo esattamente dopo trentatré anni...

Dedicato a chi non crede nella divina Provvidenza...

Veramente. La cosa che più mi ha colpito, la prima volta, è stata la diversità fra la città abbandonata e quella ritrovata. Quella di allora era a misura d'uomo, con una certa architettura tipica di una città che si estendeva in larghezza più che in altezza. Due anni fa ho trovato i palazzoni e quartieri radicalmente trasformati; una classica rappresentazione orientale.

Ha ritrovato testimonianze anche della lunga storia italiana?

Sì. Alcune parti della zona vicino all'ospedale dove abitavo io, sono rimaste tali e quali. Tant'è che ho ritrovato il blocco delle villette dove risiedevamo. Sono andato a rivedere pure la mia casa paterna, dove ho vissuto per trentatré anni e dove sono nati i miei figli. Può immaginare quali sensazioni abbia provato...

Come l'hanno accolta i libici che l'abitano oggi?

Io ho avuto molte perplessità prima di farmi vedere. Finché ho vinto ogni remora e un venerdì, di mattina presto, sono andato "a casa" con un amico del consolato. È uscito il nuovo proprietario, gli ho spiegato chi fossi e mi ha accolto con calore (e ancora non erano maturi i tempi, perché gli eventi decisivi sono di queste ultime settimane). Mi ha fatto scattare delle fotografie, insisteva perché entrassi in casa, cosa che non ho fatto. Anche per rispetto alle donne presenti. Io so come ragionano.

La sua vicenda insegna che i rapporti tra libici e italiani, nonostante tutto, erano e sono di prim'ordine. O no?

Le mie sensazioni erano inequivocabili. Anche parlando con i guardiani del cimitero e con quanti erano coinvolti nelle trattative, io vedevo l'apertura.

Parlava in italiano o in inglese?

Loro si impegnavano a parlare in italiano. Con un misto di italiano e di inglese ci siamo fatti capire. Ma ho notato che parecchi, soprattutto quelli della generazione cinquantenne -tipo l'ingegnere-capo del Comune -si sforzavano di parlare in italiano. Negli incontri ufficiali c'era e c'è il traduttore arabo e viene assicurato il rispetto rigoroso del protocollo. Ma finiti i rapporti istituzionali, fuori dalle riunioni si parla inglese e italiano. E loro non hanno né paure né remore.

Lei che cosa faceva in Libia, ai tempi?

L'imprenditore. Mio padre faceva l'imprenditore. Mio nonno faceva l'imprenditore.

In che ambito, e da quando?

Nel settore edile e stradale. Mio nonno arrivò nel 1911 e mia madre, tuttora vivente, è nata a Tripoli nel 1916.

La mamma è tornata o tornerà?

No, l'emozione sarebbe troppo forte.

La vostra era una famiglia bene inserita, si deduce...

Avevamo una ditta affermata, sì. Facevamo tanti lavori, anche per conto del governo. Quando abbiamo lasciato la Libia e ci sequestrarono tutto, contavamo, per darle l'idea, su una forza di quasi cinquecento operai tra "importati" - come chiamavamo gli italiani - e libici. Avevamo dei grandi cantieri sia a Tripoli che a Tobruk. La nostra era fra le più grosse imprese.

Che cosa ricorda del giorno dell'espulsione?

Per me è stato particolarmente drammatico. Quasi tutti riuscivano a partire ma io no, perché c'era il colera e mia moglie stava per partorire. Ornella, mia figlia, aveva cinque giorni quando siamo andati via.

Adesso è tornata con me, nei giorni scorsi. E pertanto è stata l'ultima italiana nata a Tripoli a partire; e la prima a rientrare con la delegazione. Pensi quali sentimenti anche per lei... Con gli occhi rivedeva i luoghi che per tanti anni noi le avevamo raccontato e illustrato in Italia. È come se le avessimo trasmesso una grande fotografia, e lei ha potuto osservare i posti da cui l'avevamo scattata. Ornella s'è commossa più di me nel vedere la casa di famiglia. Anche questa seconda volta i proprietari hanno insistito perché entrassimo. Ci hanno raccontato di particolari della casa che hanno voluto lasciare intatti dai tempi di mio padre..... Ma neanche stavolta me la sono sentita di varcare la porta.

Qual è la storia del cimitero, e chi se ne sta concretamente occupando?

Il cimitero è stato costruito negli anni Venti, dietro donazione di una persona che ha regalato parte del terreno. Si estende su quindici ettari di superficie. E si trova ad Hammangi, periferia di Tripoli. Negli anni Cinquanta il governo italiano pensò di raggruppare lì tutti i Caduti italiani delle guerre d'Africa. Commissionò il progetto del sacrario monumentale, che fu realizzato dentro l'area del cimitero. Il progetto si deve a Paolo Caccia Dominioni, l'artefice del sacrario di El Alamein. La direzione dei lavori venne affidata all'ingegner Renato De Paolis, ancora vivente a Roma. È una specie di ossario militare, composto da un nucleo centrale con due ali di fabbricati dov'erano racchiuse circa novemila cassette con i resti dei soldati. Poi c'erano altre quindicimila salme di civili, le nostre salme per intenderci.

Che ne è stato del cimitero?

Dopo i fatti del 1970 e la cacciata degli italiani, il nostro governo ebbe l'autorizzazione a portar via tutte le salme dei Caduti, comprese quelle degli insigniti con le medaglie d'oro e dello stesso Italo Balbo, tutti sepolti nella cripta sotto la cappella. Oggi riposano a Redipuglia. Quindi il sacrario è rimasto vuoto. E nel frattempo le altre salme dei civili sono state, negli anni, abbandonate e profanate. L'operazione di restauro che noi abbiamo proposto e sulla quale c'è l'intesa della commissione italo-libica, è dunque semplice; circoscrivere la parte centrale e monumentale con una nuova recinzione e lasciare gran parte dell'area restante alla città, secondo quel che prevede il piano regolatore.

Chi compone la commissione e come sarà il nuovo cimitero?

Nella commissione siamo in sei: per parte italiana il console generale, il segretario d'ambasciata e il sottoscritto; per parte libica l'ingegnere capo del Comune e i responsabili dell'urbanistica e della parte cimiteriale. In sostanza, l'accordo prevede un nuovo muro di cinta alto tre metri e sullo stile del monumento esistente, con un nuovo cancello e nuovi servizi di custodia. Prevede la risistemazione di tutte le salme rimaste, circa novemila - quattromila nei colombari e cinquemila a terra - e il loro collocamento dentro l'ossario-mausoleo oggi vuoto. Tutto il resto verrà demolito, il terreno sarà bonificato e restituito alla municipalità. Il nuovo e restaurato cimitero italiano sarà di circa un ettaro e mezzo. Ci basta, anche per non avere problemi di manutenzione e di custodia su un'area troppo vasta.

Qual è lo stato delle salme rimaste?

Per la maggior parte ormai sono salme di oltre cinquant'anni. Verranno messe tutte in cassette con l'aiuto di imprese cimiteriali italiane, che già hanno fatto un censimento dei morti. Noi stiamo informando tutti gli "aventi causa", come dicono le norme. E debbo dire che i familiari stanno scrivendo, numerosi, all'Associazione dei rimpatriati. Il cimitero è ridotto male. L'opera di vandalismo è terminata, si può dire, due anni fa quando, proprio in seguito al primo incontro italo-libico, si è sensibilizzato il Comune. Fino a quel momento non c'erano nemmeno dei guardiani che impedissero ai profanatori di fare dei fori nelle tombe per poi, di notte, andare con le torce a caccia di qualunque cosa brillasse: anelli, catenine... Ci hanno spiegalo che la maggioranza di questi vandali non erano libici, ma gente proveniente da fuori, dalle coste, e che poi magari s'imbarcava verso l'Europa

Quando nascerà II nuovo cimitero?

Noi abbiamo firmato il verbale d'intesa proprio adesso, il 21 novembre. In queste ore porterò tutta la documentazione alla Farnesina, che deve reperire i quattro milioni e mezzo d'euro necessari e concordati. L'intera trattativa è durata due anni.

Si ricorda il gelo del primo incontro?

Altroché. Temevamo che fosse un atto puramente formale nei confronti del nostro ambasciatore, all'epoca Claudio Pacifico, il vero artefice del disgelo. Come l'attuale console Carlo Colombo, arrivato da appena due mesi, ma che ha già "sposato" questa causa. Ci crediamo tutti, ecco.

Quando sorgerà il frutto dell'accordo?

Ora dipende solo dal ministero. Una volta che il progetto sarà finanziato, ci vorranno due anni. Il primo per fare i lavori, il secondo per la dissepoltura, il ricompattamento, la sistemazione delle salme: non si può certo andare li con lo scavatore, è un'operazione lunga e delicata. Un'operazione nella quale siamo riusciti a coinvolgere la municipalità di Tripoli. Loro riesumeranno le salme e il nostro personale seguirà l'operazione: massima collaborazione.

Nel ritrovato rispetto dei morti si svilupperà anche l'amicizia tra i vivi, o guardiamo troppo in avanti?

Tante volte i morti creano la possibilità di riavvicinamento tra i vivi. In effetti, questo amaro problema del cimitero è stato la molla che ha fatto partire un po' tutta la macchina. Penso, per esempio, alle note dichiarazioni del nostro presidente del Consiglio in occasione del l'inaugurazione del gasdotto, con la pubblica richiesta di una svolta politica nelle relazioni tra i due Paesi. Era ed è cambialo il clima. Trovavamo e troviamo tanti libici che ci dicono "benvenuti" "bentornati" "che bello che siete tornati". Sono delle espressioni di autentica cordialità, sincere, e che forse neppure ci aspettavamo.

Trasferiamo il lato umano nella politica: può nascere un rapporto-speciale fra Italia e Libia dopo il dolore del passato?

Penso di sì. Se i nostri governanti saranno lungimiranti e disponibili a credere nella svolta, non potrà che sorgere una forte intesa fra le due Nazioni. Già lì, a Tripoli, si sono precipitati Tony Blair e Gerhard Shroder. Sia per arrivare Jacques Chirac per firmare accordi sulla telefonia mobile. Ma nessuno di essi ha i rapporti anche affettivi che i libici mostrano con noi. Tutti i miei interlocutori mi hanno ripetuto: voi potete essere i nostri interlocutori privilegiati. Vedremo, verificheremo.     L'11 dicembre la presidente dell'Associazione rimpatriati è stata invitata da Gheddafi a presenziare i lavori del Congresso del popolo che ratificherà il nostro rientro. Un altro bel segnale, no?


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STORIE
La mia Tripoli dei sogni ritrovata

LA STORIA DEGLI ITALIANI TORNATI IN ITALIA PORTANDO CON LORO IL SAPORE D'AFRICA E I COLORI DEL DESERTO 'LIBICO. IN TANTI SONO APPRODATI A LATINA

Il Territorio
Lidano Grassucci
24 novembre 2004

Tripoli bel suol d'amore, sarai italiana... E lei, Ornella Sillano classe '70, è l'italiana nata per ultima in questa terra dove il sole la fa da padrone e dove anche i muri hanno gli accenti di quelle regioni del sud che forse assomigliavano tanto a questa terra di oggi. Quelle foto sbiadite di Algeria che erano poco differenti da quel del sud di Francia. Oggi tutto è a colori, anche qui a Tripoli i colori sono forti, chissà se Ornella nei suoi sogni di Tripoli aveva i colori, aveva i profumi dolci di spezie che l'hanno investita. I suoi occhi (sanno d'Africa quegli occhi e anche la sua ironia è d'Africa, come la sua alterigia) che sono stati troppo impegnati hanno trasformato i ricordi alimentati dalle parole in realtà. Le strade sono piene di gente, di quel vociare che forse neanche si aspettava ma che oggi sente suo.
«Ben tornata a casa», gli dice in italiano un vecchio arabo. L'ambasciatore libico in Inghilterra si annuncia con cortesia antica "sorry". Una scusa che arriva sul filo di una bambina oggi donna che sui documenti ha scritto "nata a Tripoli". In italiano, ma col sapore d'Africa.
Ci sono i minareti, c'è il papà Luigi che della difesa della memoria
della sua gente ha fatto ragione di vita, che se lo incontravi ti mostrava le condizioni del cimitero italiano di Tripoli, lapidi rotte, memorie interrotte.     Ornella rappresenta il simbolo del recupero di quella memoria. lei sorride ma non vuole essere memoria: "basta con il passato, dobbiamo pensare ad oggi e a domani". Si fa fotografare sotto il simbolo della gazzella che è il segno di Tripoli.
Lei si sente anche in imbarazzo, è timida ma diventa una star seguita da un nugolo di giornalisti, di più degli insetti che in terra d'Africa danno fastidio. Vorrebbe avere sentimenti privati Ornella, ma non è possibile deve avere il sentimento di quei 20.000 italiani che furono mandati via da casa dal vento del nazionalismo arabo. Un vento che ora si trasforma in cortesia. Va sotto casa, la casa dove è stata per qualche minuto, poi ha dovuto emigrare in fretta. Non ha avuto il tempo di vivere Tripoli, ma ha avuto tanto tempo per sognarla. Ornella sente per la prima volta la sabbia rossa, poi trova familiarità nelle architetture italiane degli anni venti e trenta, le stesse che è usa vedere tutti i giorni a Latina la città che la ospita. A volte le storie delle persone sono curiose, le palme e le case quadro e squadro sono qui come a Sabaudia. I giornalisti italiani vogliono sapere, vorrebbero rubare le sue sensazioni eppure non avevano neanche idea della storia dell'Italia d'Africa: della Libia, dell'Eritrea, della Somalia e poi dell'Etiopia. Ornella arriva sotto casa: "quando siamo andati via questa città aveva 170 mila residenti, oggi questa è una città da un milione e mezzo di residenti".
La casa assomiglia a quelle palazzine che stanno dietro le piazze di Sabaudia: "Qui viveva mio nonno, qui mia zia, qui la mia famiglia".
La casa è intatta come se il tempo non fosse passato mai, come la riscoperta della lingua araba di Puccinelli che a 74 anni ha riparlato arabo per la prima volta dopo 30 anni come se nulla fosse. Sarà il suol che gli italiani definirono d'amore. Ma Ornella si occupa di internazionalizzazione e gli vengono in mente le opportunità: "qui c'è bisogno di tutto, qui ci sarebbe spazio per fare formazione". E guarda le vetrine piene di prodotti Ferrero, Barilla. Del resto le altre tre sponde non sono così lontane da quella che è stata per decenni la quarta. Gli italiani sono andati via, ma l'Eni è rimasta sempre. Quell'idea di Enrico Mattei di fare insieme a chi le materie prime le aveva non è tramontata. Ornella cerca i sogni: a Sabratha c'è il teatro romano, c'è la memoria di un passato comune lungo millenni, perché italiani e libici, meglio arabi di Libia, sono condannati a stare insieme. Il verde è ovunque, la cattedrale è oggi un minareto, qui Ornella è stata battezzata. "Ben tornata". Gli viene da piangere: "questa è davvero casa mia". Non fa differenze, non legge colpe e ragioni di un passato pesante. Nel secolo scorso i destini si incrociavano, a Tripoli parlavi in arabo e ti rispondevano in siciliano, nella vicina Tunisi si conversava in francese, si sognava in italiano e si giocava in arabo.
Poi... Ornella riparte in aereo, meno di due ore e sta a Roma, pochi minuti dopo a Latina.     Palme con la calce bianca alla base, case squadrate. La sua Tripoli nel cuore.    Va a vedere su internet il sito della tv libica, cerca la foto con il mininistro di quel paese, cerca un pezzo di se che sognato ora è ritrovato.

LA LIBIA A LATINA
Tra loro si chiamano tripolini, chissà perché non si ricordano di quelli di Bengasi, del Fezan. Sta di fatto che in provincia di Latina dei 20.000 che sono andati via da casa ne vivono 5.000. Una comunità tanto grande ed importante che nello statuto della provincia di Latina loro sono citati tra i componenti fondanti di questa comunità, insieme agli italiani del triveneto, alle popolazioni dei Lepini e alle genti della terra di lavoro. Una comunità plurale, una comunità che ridà dignità a tutti i suoi passati, anche quelli difficili e forse scorretti per i luoghi comuni.
Perché c'era un tempo in cui i popoli si muovevano. I papi quando sono dovuti fuggire da Roma per andare ad Avignone inventarono uno strano gioco per sentirsi a casa: Roma è dove sta il papa. E quel pezzo di Francia divenne l'Urbe il Rodano il Tevere. I portici di Latina il sogno di una Tripoli ritrovata, passeggiare sul lungomare di Tripoli era un po' come farlo sul lungolago di Sabaudia. Latina si è ricordata di loro, loro hanno fatto un pezzo di Latina.


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Libia, il cimitero cristiano sarà risistemato: era diventato un'enorme discarica a cielo aperto.

Il Secolo d'Italia
21 novembre 2004

ROMA. Il processo di normalizzazione tra Italia e Libia sviluppato dagli intensi incontri tra Berlusconi e Gheddafi inizia a dare i primi frutti, non solo simbolici. Finalmente il cimitero cristiano di Tripoli, dove sono sepolti oltre ottomila italiani, verrà risistemato. L'accordo firmato dal nostro console Claudio Colombo e dall'ingegnere capo del comune della città, rappresenta un risultato importante. Un'area di circa novantamila metri quadri, dalla cacciata degli italiani era diventata una gigantesca discarica a cielo aperto. In base al progetto, le salme verranno risistemate nel vecchio Sacrario militare disegnato dall'architetto Caccia Dominioni.

<<Vi do il benvenuto con amicizia sono contento che siate tornati qui dopo tanti anni, molte cose sono cambiate da quando voi eravate qui e oggi ve ne voglio mostrare alcune, ci tengo a farvi vedere che anche senza gli italiani questo paese è riuscito a fare molti progressi significativi>>.

Il governatore di Misurata, Muftah Keiba si rivolge ai rappresentanti del primo gruppo di italiani ex residenti che hanno ottenuto dal governo libico il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto e da dove furono allontanati nel settembre di 34 anni fa. Keiha, amministratore in questa città a duecento chilometri da Tripoli, si lascia trascinare dalla retorica. Nel tour organizzato dal governo libico a uso e consumo della delegazione guidata da Giovanna Ortu, presidente dell'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, ci sono un ospizio, un orfanotrofio e una scuola. Nel centro per anziani, qualche ospite chiede in un italiano stentato notizie di famiglie conosciute prima della grande cacciata del 1970. All'orfanotrofio dove alloggiano 120 bambini, si cerca in tutti i modi di dimostrare l'efficienza del governo libico. Un'oasi di pace, linda ed efficiente, nella quale è impossibile non farsi prendere dalla commozione per i piccoli in cerca di una carezza, che vanno incontro agli ospiti stranieri. Non mancano le scivolate imbarazzanti come la visita al liceo frequentato dal leader libico Gheddafi. Il fido governatore Keiba mostra con orgoglio l'aula nella quale ha avuto l'onore di studiare assieme al suo Colonnello.

Alcune delle tappe proposte dal governatore sono state effettivamente apprezzate dalla delegazione. Ma le parole a tratti dure pronunciate dal governatore non sono piaciute a tutti. <<Non siamo venuti qui solo a occupare, abbiamo trasformato pezzi di deserto in terre fertili>> ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, pensionato del ministero degli Esteri. Prova a visitare la casa alla periferia di Tripoli, dove è cresciuto, ma riesce a vederla solo dall'esterno. <<Credevano che volessi avanzare delle rivendicazioni. Ho cercato di spiegare che era solo per nostalgia, ma non mi hanno creduto>>.

Momenti emozionanti anche per Raffaele lannotti, nato 55 anni fa in un villaggio vicino Misurata. Oggi vive a Terni, ed è impaziente di vedere quello che è rimasto dell'azienda agricola dei suoi genitori e dell'officina meccanica da lui stesso aperta proprio in città. Ci riesce solo alla fine dei giri “dimostrativi”, <<ma va bene lo stesso, già venire qui è stata una grande gioia>>. Sulle dichiarazioni del governatore, minimizza, come tutti gli altri. <<Sono state frasi anche un pò di circostanza, quello che conta è che siamo finalmente qua a riallacciare un dialogo che nel nuovo clima internazionale può e deve vederci protagonisti>>.

La gioia del Vescovo di Tripoli:<< E' un successo del Governatore della Cdl>>.

<< Occorre un'amicizia vera, bisogna dare fiducia e sostegno agli sforzi di cambiamento di Gheddafi>>. Un concetto espresso in più occasioni da monsignor Giovanni Martinelli, osservatore privilegato del ritorno degli italiani in Libia. Nato a Tripoli nel 1944 da genitori italiani, l'arcivescovo cattolico della capitale, fu tra gli espulsi del 1970, ma riuscì ad avere il visto appena un anno dopo la cacciata. Una straordinaria eccezione costituita dal fatto che Martinelli era un frate francescano. Quindi potenzialmente non pericoloso per il regime di Gheddafi. Tuttavia il vescovo di Tripoli ha. vissuto sulla sua pelle anche momenti drammatici. Nel 1986, venne incarcerato per dieci giorni, una rappresaglia contro gli occidentali.. Era il periodo dei missili lanciati dai libici verso Lampedusa. Oggi Martinelli parla del ritorno degli italiani come di «un evento storico». Oggi i cattolici in Libia godono di una libertà assoluta in ogni settore e in ogni ambiente. Merito anche di questo perseverante francescano. Nell'unica chiesa di Tripoli, una costruzione degli anni ‘30 dedicata a San Francesco d'Assisi, la messa principale è celebrata il venerdì. Una maniera per <<unirci ai nostri fratelli musulmani nel momento in cui anche loro pregano e fanno festa>> spiega Martinelli.

Sulla fase di riconciliazione, il presule non perde occasione per ricordare il ruolo fondamentale svolto dal presidente del Consiglio: <<Berlusconi - ha ricordato in un'intervista a un quotidiano - ha letteralmente conquistato sul piano umano Gheddafi, che ha abolito la festa della vendetta anti-italiana>>.


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Italia-Libia: accordo con comune Tripoli

ANSA
Tripoli, 20 novembre

Augusto Zucconi

E' da oggi piu' vicino l'inizio del lavori per la risistemanzione del cimiterio cristiano di Hammangi, a Tripoli, dove in condizioni di grave degrado sono sepolti i resti di oltre 8 mila civili italiani morti in Libia.

Un accordo che in pratica ha in parte sbloccato la vicenda e' stato firmato stamane nella capitale libica dall'ingegnere capo del comune della citta', Mohammed Aziz, dal console generale d'Italia Carlo Colombo e da Luigi Sillano in rappresentanza della Airl (Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia).

Una delegazione della Airl si trova nel paese nord-africano da mercoledì scorso. E' la prima volta che gli italiani espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi nel 1970 possono far ritorno nella loro terra di origine, un obbiettivo che l'Associazione si e' sempre proposto.

Una delle priorita' dell'Airl e della sua presidente Giovanna Ortu, inoltre, e' sempre stata quella del pieno recupero del cimitero, un'area di circa 90 mila metri quadrati che, dopo la cacciata degli italiani, era diventata una gigantesca discarica a cielo aperto. Molte delle tombe, inoltre, sono state profanate. L'accordo siglato oggi al comune di Tripoli elimina parte delle pastoie burocratiche in cui il progetto di ristrutturazione, commissionato dall'Airl e gia' pronto da tempo, si era impantanato. ''Senza l'intesa definita oggi non potevamo neanche cominciare a pensare alla fase realizzativa - ha spiegato Luigi Sillano -; ora invece potremo depositare il progetto presso la municipalita' di Tripoli per le autorizzazioni tecniche e, successivamente, si passera' alla gara di appalto per l'inizio vero e proprio dei lavori''. In base al progetto, gli oltre 8 mila italiani sepolti qui verranno risistemati nell'area del vecchio Sacrario militare rimasto vuoto dopo il trasferimento del 1971 delle oltre 10 mila salme dei caduti delle guerre d'Africa. Il complesso, disegnato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, deve essere completamente ristrutturato. L'area che interessera' il nuovo cimitero italiano occupera' circa 15 mila metri quadrati. Il resto verra' in massima parte assorbito dalla municipalita' che si e' impegnata a convertire la superficie in area verde. Nel cimitero, che le autorita' della capitale libica negli ultimi due anni hanno provveduto a far ripulire, sono sepolti anche africani di religione cristiana, tra cui diversi clandestini morti in mare nel tentativo di raggiungere l'Europa dalla Libia. Non e' chiaro pero' quale sara' il loro destino.
Il progetto di risanamento costera' 6 milioni di euro e quello del reperimento dei fondi e' un problema ancora tutto da risolvere o quasi. Una parte della cifra sara' corrisposta dal governo italiano ma per il resto, secondo l'Airl, si rimane in attesa di trovare i finanziamenti necessari.


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Esuli a Tripoli per albero giovinezza

ANSA
Tripoli, 20 novembre 2004

Augusto Zucconi

All'ombra di un maestoso carrubo piantato dal padre nella loro tenuta agricola di Suani ben Aden, nei pressi di Tripoli, Mario Puccinelli ha trascorso ore indimenticabili. Da bambino ci giocava con i compagni. Da grande vi allestiva suntuose tavolate per un piatto di cuscus in allegria con gli amici di citta'.

Quell'albero imponente, un po' il simbolo degli anni felici trascorsi in Libia, gli e' restato e' gli rimarra' sempre scolpito nella memoria e nel cuore. Ed era anche per rivederlo che da mercoledi' si trova a Tripoli con una delegazione dei primi 'italiani di Libia', come loro stessi si definiscono, ad essere stati riammessi nella loro terra di origine 34 anni dopo esserne stati espulsi dal colonnello Muammar Gheddafi.

''No, purtroppo quel carrubo non l'ho ritrovato - racconta - sono stato alla fattoria ma non sono riuscito a individuarlo, forse faceva parte del terreno che la mia famiglia aveva ceduto pochi anni prima della rivoluzione del 1969, i nuovi proprietari mi hanno assicurato di non saperne nulla''. Mario Puccinelli non lo dice apertamente ma e' rimasto un po' male anche perche' la casa dove e' cresciuto ha potuto rivederla solo dall'esterno.

''Credevano che volessi avanzare delle rivendicazioni, fuguriamoci – esclama - io ho cercato di spiegare che certe cose riguardano ormai solo i governi italiano e libico ma non mi hanno fatto entrare''. E' un fiume inarrestabile di parole quando ricorda i tempi del 'bel suol d'amore': attraverso le lenti spesse che porta si vede che gli occhi gli brillano dall'eccitazione, dalla commozione e, forse, anche un po' dalla rabbia per questo ricongiungimento in parte mancato. ''Il viaggio qui e' stato meraviglioso - si affretta a precisare – mi hanno accolto come figlio di una terra di cui mi sento figlio, all'inizio ero un po' titubante, non volevo nemmero venire ma ora non me ne pento, nonostante il carrubo''. A dispetto dei suoi 70 anni, Mario Puccinelli e' un uomo di straordinaria vitalita'. Oggi vive a Roma ed e'pensionato. Grazie alla sua ottima conoscenza dell'arabo, ha lavorato per anni al ministero degli esteri.

Ricorda che nel 1985 fu proprio lui, attraverso un operatore egiziano, a stabilire il contatto tra un funzionario della Farnesina e il comandante dell'Achille Lauro sequestrata da un commando di guerriglieri dell'Olp. ''Il fatto che io parli l'arabo mi ha sempre aiutato molto, anche ora che sono tornato - dice - la gente di questo paese apprezza e capisce se uno parla nella sua lingua, significa se non altro interesse e rispetto per la sua cultura e cosi' mi hanno accolto tutti bene, sia a livello ufficiale sia di gente comune''.

Da quando e' arrivato a Tripoli con la delegazione dell'Airl, Puccinelli ha ritrovato vecchie conoscenze anche in maniera casuale. ''Stamane sono uscito per andare a rivedere il mercato del pesce e tornando in albergo ho visto su un portone la targa di uno studio notarile'', racconta.

''Sono salito e mi sono presentato al notaio perche' all'epoca io con i notai avevo parecchi contatti per l'azienda e altre faccende - continua - li' per li' mi ha guardato stupito, poi quando gli ho detto il mio nome mi ha abbracciato commosso''. Il carrubo non c'e' piu' ma Mario Puccinelli e' comunque felice della storica apertura che Muammar Gheddafi ha deciso il mese scorso nei confronti degli ex coloni nell'ambito del disgelo con l'Occidente che la sua Jamahiriya ha avviato.

E' contento anche se resta ancora in alto mare la questione dei risarcimenti. ''Sono partito da qui il 25 agosto 1970 con tutta la mia famiglia e 13 valigie - racconta - tutto il resto l'ho dovuto lasciare, i beni che mi sono stati confiscati avevano allora un valore di circa 400 milioni di lire''.
Lo stato italiano lo ha risarcito per il 25 per cento circa. L'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia di cui fa parte, ha intenzione di continuare a battersi per la questione degli indennizzi, anche se la congiuntura economica del momento non facilita le cose. ''Speriamo in bene - dice Puccinelli - anzi speriamo in Dio''.


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Libia, il cimitero della vergogna

la Repubblica
19 novembre 2004

Renato Caprile

SuktLata o più semplicemente Hammangi. Periferia di Tripoli, a metà strada tra il mare e il deserto. Il cimitero degli italiani è lì. O meglio, quel che ne resta. E se è vero, come si dice, che la civiltà di un popolo la s i misura dal modo in cui onora i suoi morti, visitando Hammangi si potrebbe desumere che la nostra è ai confini della barbarie. Un camposanto non è mai un belvedere. Ma se ti addentri nei viali di Hammangi tra cumuli di sterpaglie, tombe divelte, lapidi spezzate, scritte oscene, loculi sfondati in cui mani profane hanno sventrato bare, rimestato tra ossa e cenere alla ricerca a di una fede, di una catenina d'oro di qualunque cosa potesse avere un valore, ti si stringe il cuore e l'unica parola che ti viene in mente per le descrivere questo orrore è una parola di otto lettere: vergogna. Le povere spoglie di ottomila nostri connazionali, sepolti tra il 1924 e il 1970, uomini e donne di un'Italia costretta a cercare lavoro oltremare, giacciono ancora qui nell'abbandono più totale. Anna Maione, morta nel '41 e Paolo Costacaro, deceduto nel '48, due nomi tra i tantissimi, forse non hanno lasciato eredi, forse non c'è più chi possa piangerli, ma le loro ossa sono ancora qui, diventate cibo per la muta di cani famelici che ha eletto questo pezzo di terra, ombreggiato da imponenti magnolie, a proprio domicilio. E' vero che gli italiani solo ieri sono potuti tornare, ma qualcuno dovrebbe pur spiegarci perchè l'attiguo camposanto inglese ha un prato che sembra il green di un campo da golf con croci e marmi in perfetto stato. Un contrasto troppo stridente. Che suona come una specie di schiaffo alla nostra immagine nazionale. La verità è che nessuno si e mai occupato di Hammangi al di fuori dell'Airl, l'associazione che raggruppa i rimpatriali di Libia. Il solito problema dei fondi, l'eterna difficoltà di trovare il capitolo giusto di spesa nel bilancio della Farnesina. Eppure c'è un progetto per ridare dignità a questi morti. Un buon progetto di restauro, oltre tutto a basso costo — sei milioni di euro—che però continua a rimanere sulla carta. I libici sono d'accordo, ma da Roma non arrivano i soldi. “Eppure basterebbe una soIa telefonata. Non aspettiamo altro per chiudere questa pagina che certo non ci fa onore", spiega Luigi Sillano che per conto dell'Airl si occupa del recupero, per ora solo teorico del cimitero monumentale di Tripoli. A dimostrazione ulteriore di come Hammangi sia ormai terra di nessuno, i libici non hanno trovato posto migliore per seppellire in una maxi-fossa comune le centinaia di cadaveri restituiti dal mare. I clandestini senza nome cui non è riuscito l'approdo in un porto italiano. Qui li chiamano gli “africani”. Un termine dispregiativo che dice tutto e niente.

L' importante per loro è che non siano libici. E siccome degli “africani” non si conosce né patria né fede, potrebbero essere cristiani, musulmani, animisti o altro, la soluzione migliore è parsa quella di seppellirli qui. In questa specie di immensa discarica divenuta negli anni oltre tutto l'improbabile casa di centinaia di disperati in attesa di un imbarco alla volta dell'Europa. Sarebbero stati loro, giurano i libici, a profanare le nostre tombe alla ricerca di qualche grammo d ' oro.

Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, capo della delegazione che 34 anni dopo la cacciata, o potuta finalmente ritornare il visita ufficiale in Libia, non nasconde che una delle ragioni dell 'abbandono in cui il cimitero degli italiani è precipitato va ricercato in quel lontano 1970. L'anno in cui molti di quelli costretti a rimpatriare pensarono bene di riportarsi in Italia anche le spoglie dei loro cari. Allora ben settemila bare partirono da Tripoli dirette al Nord, a Centro e al Sud della nostra penisola. Ma ottomila rimasero ancora qui, ad Hammangi, insieme a quelle dei 10.200 soldati caduti nelle due guerre d'Africa che erano sepolti nel Sacrario che è al centro del complesso, e successivamente traslati in Italia a Redipuglia. Degli ottomila che rimasero qui nessuno si occupò più. Molte parole ma pochissimi fatti. I rimpatriati di Libia che hanno un contenzioso con lo Stato italiano per l'indennizzo dei beni confiscati loro nel '70, sono disponibili per rimettere a posto il loro vecchio cimitero a sborsare tre dei cinquanta milioni di euro di risarcimento vantati. C'è un progetto che sta bene ai libici, che si vedrebbero restituiti ben nove ettari di terreno, dal momento che gli ottomila corpi potrebbero essere sistemati nel Sacrario, ma che continua a giacere nel cassetto di qualche scrivania del ministero degli Esteri di Roma.


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Libia, dimenticato il cimitero con 8mila italiani

Avvenire

19 novembre 2004

Giovanni Grasso

Il camposanto di Hammangi, a Tripoli, abbandonato da trent'anni era diventato il bivacco per i clandestini. Adesso servono sei milioni di euro per dare una sepoltura dignitosa ai nostri 8.000 connazionali che riposano in terra africana. L'impegno di una speciale commissione italo-libica per trovare i fondi necessari: domani la riunione. Un altro segnale importante dopo la possibilità di tornare in Libia per i nostri esuli.

Croci spezzate, lapidi divelle, tombe profanate, cappelle fatiscenti. Era un cimitero modello, ora sembra un campo di battaglia. Uno spettacolo di desolazione, di disordine, di caos. Un'immagine impietosa di degrado, che fa a pugni con il confinante cimitero militare britannico, composto, pulito, con il suo prato all'inglese e le file ordinate di croci bianche.

Eppure questo monumentale camposanto conserva ancora i resti di 8000 italiani. Morti sul suolo libico, per vecchiaia, per le epidemie, oppure per gli effetti della guerra, come i due coniugi Salvatore e Maria Di Mauro, che riposano l'uno accanto all'altro, periti entrambi sotto le bombe inglesi il 25 agosto del 1941. La lapide di Salvatore è spaccata, proprio in corrispondenza della foto, come decine di altre. In tempi non lontani, il cimitero italiano era diventato una sona di bivacco permanente per i clandestini, provenienti dai Paesi a sud della Libia. Gli “africani”, come li chiamano i libici con palpabile disprezzo. Da qualche tempo finalmente c'è un custode, pagato dalla municipalità di Tripoli. Cosi nessun vivo dorme e mangia più accanto o sopra ai morti, ma le profanazioni e i saccheggi di notte continuano.

Arriva qualche balordo, qualche disperato, qualche tossicodipendente. Salta il muro di cinta, spaccale lapidi, rompe le bare, profana i corpi spargendo le ossa in giro, alla ricerca di una fede nuziale, di un ciondolo prezioso, di un paio di orecchini. Magri e tristi bottini per gente senza speranza. Come quei 200 e più anonimi «africani» sepolti al centro del cimitero in fosse comuni coperte da una spessa coltre di cemento. Cercavano di venire nel nostro Paese, attraverso la Libia. Non ce l'hanno fatta. Ogni tanto ilmare restituisce i loro corpi o quello che resta di essi. E le autorità libiche, non sapendo se sono musulmani, cristiani o animisti, hanno deciso di seppellirli nel Cimitero degli Italiani. In fondo è in Italia che volevano andare...

La storia del cimitero di Hammangi è a ben vedere la metafora della vicenda degli italiani di Libia, costretti nel 1970 dopo i! golpe del colonnello Gheddafi a rimpatriare, abbandonando tutto. A volte anche i defunti. Era un bellissimo camposanto, pieno di monumenti funebri e di piante tropicali, edificato a partire dal 1924 su un lembo di deserto di fronte al Mediterraneo. Al centro di esso un monumentale mausoleo, costruito nel 1959, su progetto dell'architetto Paolo Caccia Dominioni, realizzato dall'architetto De Paoli, ospitava i corpi di tutti i militari caduti in Libia durante l'impresa coloniale e le due guerre mondiali. 10.200 soldati, tra cui il maresciallo dell'Aria e governatore dì Libia Italo Balbo, colpito nel ciclo di Tobruk dalla contraerea italiana. Per loro, però, ne! 1971 il governo italiano ottenne l'autorizzazione e i corpi furono riportati nel nostro Paese e seppelliti nel sacrario di Redipuglia. Analogo destino per altre 7000 salme di civili, riportate negli anni in Italia, tra mille difficoltà burocratiche, per volontà delle singole famiglie. Ma altri 8000 nostri connazionali restano ancora lì sepolti, esposti all'incuria, agli agenti atmosferici, alla violenza dell'uomo. L'Associazione italiani rimpatriati dalla Libia (Airl) ha fatto della questione del recupero del cimitero di Hammangi un vero e proprio punto di onore, E dopo anni di Ione è riuscita a creare una commissione ufficiale italo-libica e a tirare fuori un progetto capace di ridare una decorosa sistemazione ai defunti italiani. L'idea base è quella di far riesumare tutti i corpi e di trasferirli all'interno dell'ex sacrario militare, che occupa circa un ettaro. li resto dell'area cimite­riale (un parco di circa dodici ettari) sarebbe bonifi­cato e restituito alla città di Tripoli, che intende trasformarlo in un giardino pubblico. L'ok dei libici c'è già. Anche il via libera delle famiglie dei defunti, che sono state rintracciate dall'Airi dopo un faticoso e capillare lavoro di catalogazione e ricerca. Costo dell'operazione, attorno ai 6 milioni di euro, 12 miliardi di vecchie lire, ma i soldi, promessi dal governo e dal Parlamento italiano, non sono ancora arrivati. Si spera nella finanziaria 2004, attualmente all'esame di Camera e Senato. Oppure, se le istituzioni fossero ancora sorde a quel grido di dolore silenzioso che si alza dalle tombe semidistrutte di Hammangi , nella sensibilità di qualche impresa o banca italiana che lavora in Libia. Uno «sponsor», insomma. Capace di ridare dignità ai morti e speranza ai vivi.


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Una giornata a Tripoli...bel suol d'amor

Fatti Nuovi
19 novembre 2004

Tornare a casa dopo trent'anni. Il sogno si è finalmente avverato per sette italiani nati in Libia, espulsi da Gheddafi come “resti del fascismo” nel 1970 insieme ad altri 20mila connazionali. Sono tornati a Tripoli, aggirandosi per la città alla ricerca delle loro vecchie case, della scuola, degli amici. Sono solo l'avamguardia di tutti gli altri che dopo l'apertura del colonello libico Muhammar Gheddafi, potranno i chiedere il visto e tornare in quelli la che fu la loro casa. Tra la prima delegazione di italiani dell'era della riappacifìcazione, c'è anche Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione Italiana Esuli dalla Libia. Una donna che da una vita sì batte per il "diritto di tornare". E che racconta a Fatti Nuovi cosa si provi a ritornare dopo più di un quarto di secolo tra le strade della propria città natia. "Il viaggio sta andando benissimo. E come un percorso della memoria e siamo tutti emozionati e felici».
Come è stata l'accoglienza? «L'accoglienza è stata ottima. La gente non è cambiata e ci ha accolto con lo stesso affetto di sempre, nelle strade e nei suk. Sicuramente si tratta di un viaggio dal forte impatto emotivo. Giovedì mattina ci siamo divisi e siamo andati a recuperare i nostri ricordi. Alcuni di noi sono stati a trovare dei loro amici arabi e hanno visitato la "scuola dei fratelli cristiani", ritrovando le loro aule e i loro banchi". Lei dove è stata?
«Io sono stata al cimitero italiano, che purtroppo versa in uno stato di degrado pietoso. Abbiamo lanciato da tempo un progetto di recupero e l'operazione è ben avviata, speriamo che il Governo italiano trovi lo stanziamento necessario".
È più l'emozione del ritorno o la delusione nello scoprire che i luoghi e i posti cari sono cambiati?
«Sono sensazioni che si equiparano. Ci sono stati dei cambiamenti vistosi, speravamo di trovare la città vecchia mantenuta meglio. La cosa che più mi ha colpito è stato il lungomare, che per tutti noi è un grande ricordo e che oggi non esiste più. Al suo posto è stata costruita una strada che arriva fino al porto. Questa è stata una delusione. Molti di noi hanno ritrovato la propria casa nella città vecchia, cosa che a me è capitato in un altro viaggio che avevo già fatto. Sono emozioni veramente forti».
E gli amici?
«Ci sono ancora. Io ho ritrovato amici e figli di amici. Ero già adulta quando ci hanno esiliato. Ce chi invece ha lasciato la Libia a 20 anni e oggi ha ritrovato i suoi compagni di scuola. Anche il nostro interprete dell'ambasciata, che ci accompagna in giro per la città, è l'ex compagno di scuola di uno di noi».
Incontrerete Gheddafi? "Non c'è niente di programmato in questo senso, ma direi più di no che di sì, anche se non si può mai dire. Vedremo il vescovo di Tripoli comunque e saremo ricevuti anche da quello che qui in Libia è l'equivalente del nostro Presidente della Camera".


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Il cimitero dimenticato. Nel degrado le salme di 8mila italiani

18 novembre 2004
Ansa

Augusto Zucconi


Il cielo e' plumbeo, la giornata e' piovosa: senza il solito sole di Tripoli appare ancora piu' cupo e desolante il panorama offerto dal cimitero cristiano di Hammangi in cui riposano i resti di oltre 8 mila italiani di Libia e che ex residenti e autorita' diplomatiche stanno cercando di salvare dal degrado in cui e' precipitato.
Il progetto di risanamento c'e' gia', i canali ufficiali sono stati attivati ma per il momento mancano i soldi: secondo le stime dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, ci vorranno almeno 6 milioni di euro per completare la parziale opera di bonifica iniziata circa due anni fa. E non e' chiaro da dove dovranno venire.
Dopo il 1970, anno della cacciata degli italiani dalla Libia, Hammangi era diventato una sorta di terra di nessuno. Il cimitero era stato trasformato in una discarica a cielo aperto con centinaia di loculi profanati da ignoti che sulle salme speravano di trovare oggetti d'oro.
Grazie anche alla collaborazione del comune di Tripoli le tonnellate di detriti accumulate negli anni ora almeno sono state rimosse e, tra palme e pini non proprio rigogliosi, il complesso progettato dall'architetto Paolo Caccia Dominioni, ha in parte riacquistato la sua maestosa fisionomia originaria.
Giovanna Ortu, la presidente dell'Airl, da ieri e' a Tripoli alla testa del primo gruppo di esuli ad essere stato riammesso in Libia dopo l'espulsione e questo e' uno dei primi luoghi che si e' sentita in dovere di visitare.
''Spero proprio che presto non si parli piu' di Hammangi come del cimitero dimenticato, o peggio ancora, del cimitero della vergogna'', ha detto ai giornalisti che l'hanno accompagnata nel sopralluogo effettuato stamani insieme con il console generale d'Italia, Carlo Colombo.
''Nei prossimi giorni - ha assicurato il diplomatico - dovremmo finalizzare una intesa con le autorita' libiche per la risistemazione del cimitero con la bonifica anche del terreno esterno, e' un'opera molto importante per dare finalmente una degna sepoltura ai civili italiani morti in Libia''.
Il progetto complessivo di recupero ruota attorno alla ristrutturazione del sacrario militare che per diversi anni ha accolto le spoglie di oltre 10 mila caduti della guerra coloniale, oltre che la salma di Italo Balbo. Nel 1971 tutti i resti sono stati trasferiti in Italia e il complesso verra' ora trasformato in un ossario con una propria cappella e un piccolo museo annesso.
Nel quadro del recupero di Hammangi, l'istituto italiano di cultura di Tripoli e l'Airl hanno gia' messo a punto un data base con i nomi di tutti gli italiani sepolti nel cimitero e da poco e' iniziata anche una ricognizione sul campo per procedere all'identificazione delle singole tombe.
Giovanna Ortu sosta davanti alla statua di un angelo divelta dalla sua base. ''Ecco il monumento dell'angelo caduto - dice - ecco il simbolo del degrado di questo cimitero, della nostra storia, del nostro dolore''.
''Di chi e' la colpa? E' dei vari governi italiani che hanno cercato di fare affari calpestando la dignita' dei morti - aggiunge - oltre che quella del paese di cui sono figli''.

La presidente dell'Airl invita i giornalisti a seguirla. ''Voglio farvi vedere come le cose potrebbero cambiare'', dice. E girato un'angolo, informa che quello che sorge li' e' il cimitero militare inglese: le lapidi sono integre e perfettamente allineate, il prato e' ben rasato come neanche un campo da golf.
''C'e' il discorso dei fondi ma questo non puo' e non deve costituire un problema - dice la signora Ortu - se sara' necessario potrebbe essere la stessa Airl a cercare di raccogliere la cifra necessaria promuovendo una raccolta tra le ditte italiane che operano in Libia''.


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FINALMENTE A TRIPOLI, CASA NOSTRA

Corriere della Sera
18/11/2004

Fabrizio Roncone

    TRIPOLI- Ci avete portato, dicono, in un 'altra città. Scherzano, piangono, si soffiano il naso. Sei italiani, un primo gruppo del ventimila cacciati dalla Grande Jamahrya nel 1970, tornano a cercare una strada, un ricordo, un profumo. Li guida Giovanna Ortu, presidente dell'Associazione rimpatriati dalla Libia, e stanno tutti seduti su un pulmino che, dall'aeroporto, trasporta la delegazione nel centro di Tripoli. La quale gli appare subito abbastanza irriconoscibile. Con i suoi palazzi popolari. Con i balconi pieni di antenne paraboliche. Con poche bancarelle e molte automobili. Finché poi, dietro ai finestrini compaiono i bastioni del Castello rosso e anche le grandi palme e le panchine di piazza Verde. «Ecco, qui però siamo a casa...». Piove. il mare è piatto. Buona parte delle foto che hanno in tasca sono state scattate proprio in piazza Verde e sono in bianco e nero. Bambini con i pantaloni corti che tengono per mano la mamma. Gruppi di giovani operai. Nonni con i baffi. Sorrisi di emigrati iltaliani all'apparenza felici. «No, non solo all'apparenza: qui avevamo tutto quello che non potevamo avere in Italia, e cioè sia il lavoro che la dignità «ricorda Mario Puccinelli, 70 anni, nato a Suani Ben Aden. un villaggio a 20 chilometri da Tripoli- e quei privilegi li hanno avuti tutti, I nostri genitori e anche noi. Poi, purtroppo, arrivò quel giorno...». Era il primo settembre del 1969 e il giovane Muhammar Gheddafi conquistava il potere con un colpo di Stato incruento: nel luglio successivo, in un celebre discorso tenuto a Misurata, il colonnello inveì contro il colonialismo italiano, elencandone le malefatte. Dal 1911 al 1943: trentadue anni che gli storici descrivono pieni di furti e di inganni, di confische e di stragi. Mentre oltre quarantamila italiani, in due ondate diverse, sbarcarono con il progetto di «colonizzare», quasi altrettanti libici - secondo quanto afferma lo storico Angelo Del Boca -morirono di fame, di malattie e alla forca nei lager costruiti dal genieri del nostro esercito in Clrenaica.
    Al discorso di Gheddafi, segui, nel volgere di poche settimane, un formale decreto di espulsione e di confisca di tutti i beni degli Italiani. «Che erano cospicui, rammenta il 74enne Giovanni SpInelli: 37 mila ettari di terra, 1.750 case d'abitazione, 500 esercizi commerciali, 1.200 tra autoveicoli, aerei e macchine agricole. Valore totale, nel 1970: 200 miliardi di lire. «Ora però io sono tornato qui felice e contento e non chiedo alcun Indennizzo» precisa Raffaele Iannotti, 55 anni, nato a Dafnia (Misurata). «Di queste faccende si occuperà il nostro governo... anche se...». Anche lui, cresciuto nell'ex villaggio Garibaldi, «una delle 320 aziende agricole volute dall'ente colonizzazione Libia»,lo ascoltò dal vivo, a Misurata, il discorso di Gheddafi «e ricordo perfettemente che, alla fine del comizio, mi misi a discutere con alcuni libici dicendo che sì, certo, c'era stata la guerra e non tutto era filato liscio: però, ecco, noi Italiani qui avevamo costruito anche case, strade, acquedotti e...». E mi sembrava che cl fossero spiragli per un compromesso. «Invece, pochi mesì dopo, mi ritrovai in fuga a bordo di una nave, con una figlia di 14 giorni e una modernissima officina per la riparazione dei motori diesel lasciata al nuovo governo libico».
    Si sono rifatti tutti una vita. Iannotti s'è laureato in giurisprudenza, Spinelli fa il farmacista, Puccinelli è diventato ragioniere. Il signore che piange in una elegante grisaglia grigia è Giancarlo Consolandi, ha 55 anni e fa l'ingegnere. In Libia ha frequentato l'istituto scolastico La Salle e così oggi è il presidente dell'associazione ex allievi lasalliani di Libia. «Se smette di piovere, vorrei tornare sulla spiaggia. Me la ricordo bellissima. lo frequentavo quella dei bagni sulfurei, ma c'erano anche altri posti, come il Lido, il Beach Club, il Giorgimpopoli. Le mamme chiacchieravano sotto gli ombrelloni, i papà lavoravano».
    Mario Puccinelli, invece, vuole ritrovare il suo insegnante di lingua araba. «Ricordo ancora il suo nome, si chiamava Mohamed Mahmud. Era bravissimo. Se ogni giorno trascorro almeno due ore a guardare Al Jazira e gli altri canali arabi, il merito è suo». Luigi Sillano vuol tornare al numero 14 di Sharra Jamurria «Sono nato in quella casa e ci ho vissuto per 33 anni: mi dicono che sia ancora abitata. Spero che i nuovi proprietari libici mi facciano entrare...». Piccole speranze, grandi emozioni. E non solo: l'ambasciatore Claudio Pacifico sottolinea anche quanto «un simile ritorno, così atteso, spieghi bene la qualità dei rinnovati rapporti che legano lo Stato italiano e quello libico». Tutti conoscono l'importanza del ripetuti viaggi compiuti del premier Silvio Berlusconi e dal ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu. E tutti sanno, naturalmente, di dover ringraziare anche Muhammar Gheddafi.   Ma se con gli esuli si comincia a parlare dell'ex colonnello, il discorso si fa un po' lungo.


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Gli italiani di Libia tornano a casa

La stampa
17 novembre 2004

G. Ru.

Ci siamo. Dopo 34 annidi <<esilio>> forzato, una delegazione di italiani nati in Libia arriva oggi a Tripoli, per una visita, ufficiale. Per loro non sarà solo un viaggio nella memoria in quella che hanno sempre considerato la loro <<seconda Patria>>, in un passato interrotto bruscamente nel luglio del 1970, quando la Libia del colonnello Gheddafi decise di cacciare ventimila italiani: <<La condanna all'esilio dalla terra delle origini è stata una ferita aperta per lunghi anni, perchè ci ha espropriato la nostra dignità, perchè, accettata passivamente per oltre trent' anni dai governi italiani, ci ha bollato come il capro espiatorio della situazione. Con la restituzione della nostra dignità -spiega Giovanna Ortu, capodelegazione, presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia -, ritroviamo appieno anche la nostra identità, torniamo ad essere cittadini italiani con pari diritti, che non debbono nascondere ma possono vantare con orgoglio le loro origini>>.

Con Giovanna Ortu sul volo di linea della Libya Airlines, questa mattina ci saranno Giovanni Consolandi, Raffaele Antonio lannotti, Mario Puccinelli, Luigi e Ornella Sillano, Giovanni Spinelli. Saranno i primi italiani nati o vissuti in Libia che potranno visitare il “loro” (secondo) paese. E' una delegazione scelta <<tenendo d'occhio le date di nascita e l'attività professionale>>. C'è anche (forse) l'ultima italiana nata a Tripoli, Ornella Sillano, che oggi ha 34 anni e lasciò la Libia che aveva pochi giorni. Rimasero tutti <<senza fiato>> il 7 ottobre scorso, quando il leader Muammer Gheddafi e il presidente Silvio Berlusconi an­nunciarono <<che il giorno della vendetta>>, l'anniversario del 7 ottobre nel quale i libici celebravano la cacciata degli italiani, veniva cancellato e sostitutito dal <<giorno della amicizia>>.

La delegazione italiana avrà diversi incontri politici in Libia, probabilmente anche con il premier e il ministro degli Esteri, ma non è esclusa, rivela Giovanni Ortu, <<una sorpresa>>: l'incontro con Muammer Gheddafi. Proprio il leader libico, nel suo messaggio al congresso dell'Airl, che si è tenuto il mese scorso, aveva sottolineato: <<Quanto patito dal popolo libico, in termini di uccisioni, deportazioni non è stato per colpa vostra: si trattò di responsabilità dei governi coloniali e delle loro politiche espansionistiche>>. I sette rimpatriati probabilmente visiteranno anche il cimitero (abbandonato) dove sono seppelliti ottomila connazionali. <<Sono emozionata - sussurra Giovanna Ortu - e lo sono ancora di più pensando a tutti quelli che non saranno con noi in questi giorni, ma che presto potranno tornare in Libia. Ma penso anche ai tanti, come la mia migliore amica, che non vogliono riaprire la pagina della loro storia, non vogliono parlare di Tripoli e della Libia. Come se non avessero elaborato il lutto>>.

Il viaggio tanto atteso - <<si è conclusa la nostra traversata del deserto>> - da oggi finalmente non è più un sogno ma una realtà: <<Grazie al presidente Berlusconi per la sua perseveranza - afferma Giovanna Ortu - e grazie al leader Gheddafi, che ha avuto il coraggio di voler fare pace, di voler guardare al futuro>>. <<Nessun rancore per il passato>>, assicura la delegazione dell'Airl, alla vigilia della partenza. <<Noi andiamo in Libia come turisti un pò speciali -dicono -, Gheddafi si augura che noi diventiamo un anello di congiunzione tra i due popoli e i due Stati>>. I conti con il passato vanno chiusi, semmai, in Italia, sostiene l'Airl: <<Ci aspettiamo che il governo onori i suoi impegni. Chiediamo quanto ci è dovuto: gli indennizzi. Il viceministro Baldassari ha promesso che in questa Finanziaria sarà approvato un emendamento che stanzia i primi 50 milioni di euro>>.



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"Libia, dopo 34 anni rieccoci a casa"

La nazione
17 novembre 2004

Andrea Caligini

La mattina del 21 luglio '70, chi ancora non sapeva capì. Videro la polizia di Gheddafi montare gli altoparlanti nelle piazze, ascoltarono la voce del Colonnello rivolgersi al proprio popolo in arabo e si resero conto che, da quel momento, i libici li guardavano con occhi diversi. «Occhi pieni di un odio nuovo», ricorda l'allora quarantenne Marco Scognamiglio. Fu così che, per i 20mila italiani di Libia, tutto divenne memoria. L'odore del cuscus, la dolcezza dei datteri, le corse in bicicletta sul lungomare di Tripoli, i balli al Circolo Italia, gli affari, gli amori... Tutto finito. I nipoti dei soldati giolittiani che con la guerra contro la Turchia nell'11 diedero all'Italia la «quarta sponda» a lungo agognata, i figli dei fascisti ferraresi che partirono nel '34 al seguito di Italo Balbo, le famiglie che — col boom petrolifero della fine degli anni '50 — si imbarcarono in terza classe in cerca di fortuna: dovettero tutti tornare a casa. Ad appena un anno dal colpo di Stato, Muammar el Gheddafi gli requisì i beni, gli bloccò i conti bancari e li rispedì in Italia. E' per questo che quella di oggi è una data storica. Perché oggi, dopo 34 anni di attesa, una delegazione di sette italiani di Libia può finalmente metter piede nel paese dove vissero e dal quale furono espulsi. Merito della pugnace presidente dell'Associazione italiana rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu («in questi anni ho lasciato due mariti ma non ho mai abbandonalo la nostra causa»). E' merito di Silvio Berlusconi, che, facendo leva sugli interessi petroliferi comuni (l'Italia importa dalla Libia 500mila barili di greggio al giorno) e sulla comune lotta al fondamentalismo islamico, ha convinto Gheddafi. Da quest'anno, dunque, per i libici il

7 ottobre non sarà più la «giornata della vendetta», ma «la giornata dell'amicizia» tra due paesi divisi solo da un tratto di Mediterraneo. Nel '70, però, furono pochi gli italiani che riuscirono a prevedere il proprio destino. Ci riuscì il padre di Guido Barabani, che, quarant'anni

prima, da Cento aveva portato a Tripoli la famiglia, ma che, fiutata l'aria, nel '69 vendette l'azienda di autotrasporti al ministro libico per il Petrolio. Non ci riuscì il fotografo Gabrielli che, preso dal panico, all'alba del rimpatrio infilò denaro e gioielli dentro a grosse barre di cioccolata e fece per imbarcarsi. Ma faceva caldo, quel giorno. La cioccolata si sciolse e lui finì in carcere per traffico di valuta.

La maggior parte di loro perse tutto, I pogrom contro gli ebrei (molti dei quali italiani) del '67 e il connesso incendio del Circolo Italia non li insospettirono. Pensarono che il trasferimento dei beni demaniali e il risarcimento di 5 milioni di sterline concessi nel '56 dall'Italia alla Libia avessero chiuso il capitolo del colonialismo. Ma si sbagliarono. Persero tutto. E oggi si aspettano che Berlusconi li risarcisca con 50 milioni di euro in questa Finanziaria e altri 200 nei due anni a venire. «Ci ha ridato la dignità — dice la Ortu — ma sui soldi ho dei dubbi". Com'era già accaduto ai profughi istriani, quelli libici tornarono in un Paese indifferente. Li chiamavano «gli africani". Gli invidiavano l'assunzione nel pubblico impiego, grazie alla quale ingegneri e imprenditori si adattarono al rango di fattorini. Il governo li ignorò. Il presidente del Consiglio. Emilio Colombo, e il ministro degli Esteri, Aldo Moro, si voltarono dall'altra parte per non intaccare gli interessi petroliferi dell'Eni. Torneranno a vivere a Tripoli? «No — dice Barabani — ma voglio portarci mio figlio. Voglio che veda il paese dove suo padre e suo nonno furono felici».


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Italiani espulsi dalla Libia, un ritorno a lungo atteso

Secolo d'Italia
16 novembre 2004

M.Z.

Per i 20 mila italiani che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è arrivato il momento di tornare a casa. Dopo tante amarezze e frustrazioni, sono stati autorizzati dalle autorità di Tripoli a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione di esuli prenderà l'aereo alla volta della Libia. Sarà «la conclusione della nostra traversata del deserto», come ha detto Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, l'associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre ad un ceno numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore simbolico dell'avvenimento. Del gruppo farà parte an­che Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che oggi vive a Latina e che fu sicuramente l'ultimo italiano a nascere in Libia prima che si consumasse il dramma del rimpatrio forzato e della confisca di tutte le proprietà.

Per i 20mila italiani .che nel 1970 furono espulsi dalla Libia è arrivato il momento di tornare a casa: dopo tante amarezze e frustrazioni, sono stati autorizzati dalle autorità della Jamahiriya a visitare i luoghi dove sono nati e cresciuti e domani una delegazione di sette esuli prenderà un aereo alla volta di Tripoli. Sarà l'epilogo di un percorso lungo, accidentato e a volte umiliante; sarà «la conclusione della nostra traversata del deserto», come ha dichiarato la presidente dell'Airl, l'Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia. «È proprio così - ha sottolineato Giovanna Ortu - dopo le false promesse e le molte illusioni sulla fine dell'ostracismo nei nostri confronti, tutte le tessere del mosaico sono andate improvvisamente a posto». Nata a Tripoli 65 anni fa da una famiglia di agricoltori provenienti dalla Sardegna, la signora Ortu ha alle spalle una storia che ricalca quella dei 20mila "esuli nella madre patria" che, come lei, sono stati costretti ad andarsene dalla Libia che avevano reso un giardino per trasferirsi in Italia. Era dal 1998, anno della firma di un accordo" tra Italia e Libia sul superamento dell'era coloniale, che le speranze di quegli italiani si erano accese. Ma in realtà l'intesa firmata da Lamberto Dini è rimasta lettera morta fino a quando l'accelerazione impressa ai rapporti italo-libici dal governo di Silvio Berlusconi ne ha reso possibile la realizzazione. Lo scorso 7 ottobre scorso, il colonnello Muammar Gheddafi ha dato il via libera al loro ritorno in occasione della visita a Tripoli di Berlusconi. Presso il leader libico il premier si era reso portavoce del desiderio struggente di molti italiani di poter tornare nei luoghi della loro gioventù. E «nel segno dei nuovi rapporti di amicizia tra i due Paesi», la richiesta è stata accolta.

Secondo Giovanna Ortu, «Non è facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini era una ferita sempre aperta che espropriava la nostra identità. Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto». Assieme alla presidente dell'Airl, prenderanno l'aereo per Tripoli altri sei esuli, oltre a un certo numero di giornalisti mobilitati per l'indiscusso valore mediatico dell'avvenimento. Del gruppo farà parte anche Ornella Sillano, una ragazza di 34 anni che vive a Latina e che fu espulsa cinque giorni dopo la sua nascita, ultimo italiano a essere nato in Libia prima che si consumasse il drammatico scempio del rimpatrio forzato e delle confisca di tutte le proprietà, «II nostro sarà principalmente un viaggio nel sentimento e nel ricordo», "ha detto Giovanna Ortu. Il programma non è ancora definito nei particolari ma comprenderà comunque incontri ufficiali e visite a persone e luoghi rimasti scolpiti nel cuore e nella memoria. «Vogliamo vedere il cimitero di Hammangi dove sono sepolti i nostri cari ma vogliamo anche tornare a passeggiare sul corso di Tripoli dove pare ci sia ancora quella vecchia pasticceria che conoscevamo», ha aggiunto la presidente. Il viaggio durerà cinque giorni ma a questo gruppo ne seguiranno altri. «Come ha affermato lo stesso Gheddafi in un messaggio al nostro convegno del mese scorso, potremmo diventare un anello di congiunzione per cimentare ulteriormente la vicinanza tra i due Paesi ora che il 7 ottobre, da "Festa della vendetta", è stato trasformato in "Giorno dell'amicizia"», ha annunciato. Ma non ci saranno solo altri viaggi a occupare la presidente dellAirl: resta da chiudere una volta per tutte il capitolo degli indennizzi delle proprietà espropriate, in parte già corrisposti dallo Stato italiano. Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi. «Se così sarà, per noi si tratterà di una transazione onorevole, anche se non ci risarcirà del tutto», ha concluso.


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"E' il lieto fine di una lunga storia"

Il Tempo
16 novembre 2004

Sarina Biraghi

A guardarla dal finestrino di un aereo la Libia è una sottile striscia verde sui Mediterraneo e uno sconfinato entroterra desertico. Ma quella spianata gialla nasconde la suggestiva oasi sahariana di Ghadames, culla della cultura berbera, l'ambiente maestoso dell'Akakus tra contrasti di roccia, sabbia e capolavori rupestri, le scenografie dell'erg Ubari tra splendidi laghi circondati da palme e cordoni di soffici dune, le rovine di Leptis Magna, patria dell'Imperatore Settimio Severo e di Sacrata. E poi Tripoli, metropoli araba lontana dai caos de II Cairo e Marrakesh, ma piena di vita con i, suoi giardini, caffè, mercati, moschee, vie e palazzi dai nonii italiani, E qui che domani torneranno quegli italiani cacciati il 7 ottobre del 1970, quando il colonnello-beduino Gheddafi prese il potere e tutte le imprese furono nazionalizzate e l'ex colonia divenne la Jamahirya al-'A-rabya al-Libiya ash-sha 'bi-ya al-ishtirakiya (Repubblica Araba Popolare Socialista dì Libia).

È il primo gruppo di italiani, piccolo per la verità, ex residenti che hanno ottenuto dal governo libico il visto d'ingresso per rivedere la terra nella quale sono nati e hanno vissuto. Grande soddisfazione dell'Airl, l'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia (Airl) che precisa: «il desiderato ritorno, dopo un distacco di 34 anni, è stato reso possibile sulla base degli accordi bilaterali del 1998, nell'ambito del processo di normalizzazione tra i due Paesi, sviluppata dagli intensi incontri tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi».

Nel convegno dell'Airl tenuto a Roma il 30 ottobre corso, infatti, il leader Gheddafi, tramite il suo inviato speciale a Roma Adulati Alobidi, aveva anticipato il suo benvenuto in Libia agli ex residenti con un «caldo messaggio in cui li definisce anello di congiunzione tra i due popoli e i due Stati» e confidando nel loro ruolo attivo per il completamento delle intese diplomatiche italo-libiche e per lo sviluppo concreto di fruttuose relazioni bilaterali. Insomma è il primo di una serie di altri viaggi anche se resta da chiudere la questione indennizzi delle proprietà espropriate, in parte già corrisposti dallo stato italiano. Le stime parlano di 200 miliardi di lire (del 1970) ma per la presidente Airl Giovanna Ortu bisogna considerare almeno il doppio. Nella prossima Finanziaria dovrebbe passare un primo stanziamento di 50 milioni di euro, cui dovrebbero aggiungersene altri 200 nei due anni successivi. «Se così sarà, per noi si tratterà di una transazione onorevole, anche se non ci risarcirà del tutto» dice Giovanna Ortu, presidente dell'Airl convinta che, come ha scritto nella rivista «Italiani d'Africa», da lei diretto: «non è facile spiegare a chi non ha vissuto la nostra storia che quella condanna all'esilio dalla terra delle origini è sempre stata una ferita aperta che espropriava la nostra identità. Tentando di archiviare noi era stato rimosso dalla coscienza politica nazionale un passato irrisolto e temuto».

Erano partiti tra la fine della primavera e l'estate del '70 gli italiani costretti a lasciare la Libia, compiendo a ritroso il viaggio dei ventimila che nel 1938 erano sbarcati per realizzare i piani coloniali, mettendo fine a un'epoca di convivenza razzista e pacifica, sottomessa e amica.

Nei giorni della «jalaa», la cacciata, mentre le navi e gli aerei li riportano in patria, Tripoli era battuta dal ghibli, il vento caldo del deserto che copre ogni cosa con un tappeto di sabbia, soffoca e travolge. Molti aspettavano questo giorni, altri sono indifferenti.

«Tornare? No per carità, che cosa vado a fare? - afferma con decisione Angelo Papa, nato a Tripoli da genitori che vivevano a Tripoli dall'inizio del '900 - Mi arrabbierei moltissimo, perché ho lavorato anni lì, ero geometra, dirigevo cantieri, ho fatto case, strade, scuole. Ci hanno tolto tutto, a rivedere Tripoli sarebbe un tuffo all'indietro, mi mangerei il fegato».

«Abbiamo organizzato un viaggio tra cugini -dice Gianna Cordoma - speriamo di poter andare a marzo o aprile. Voglio rivedere quella città dove avevamo una bella casa, terreni rigogliosi, mio padre e i miei zii avevano una cava, mio fratello si sposò lì...Tanti ricordi».

«Abbiamo cominciato dai morti per arrivare ai vivi». Sintetizza così, Giovanna Ortu che venne via dalla Libia a 31 anni con una bimba di otto mesi, il percorso di questi anni. «Abbiamo cominciato a collaborare con il governo libico proprio cedendo parte dei terreni, del grande cimitero di Hammangi, dove sono sepolti molti italiani».

Ma come si sente?

, «Commossa, è una storia che finisce bene ma capisco anche chi non vuole tornare giù. Ma il valore è in quel visto che ci viene restituito per tornare dove siamo nati».

Lei non aveva mai più rivisto Tripoli da quel 7 ottobre?

«Ero andata due anni fa, con mia figlia. Sono riuscita a dominare le emozioni quando ho rivisto Tripoli, diversa, quel mare che ben conoscevo, le rovine di Sabrata...avevo il cuore stretto fino al ritorno, quando in aereo sono scoppiata a piangere...Forse così ho elaborato il mio...lutto».

Chissà se domani il ghibli accoglierà la delegazione italiana...


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"Cacciati. Ma torneremo in Libia"

La Gazzetta di Parma
11 novembre 2004

Raffaella Agresti

Finalmente possono tornare. I ventimila italiani espulsi dalla Libia di Gheddafi nel 1970 sono liberi di scegliere se tornare a visitare i luoghi dove sono nati. La notte ira il 31 agosto e il primo settembre del 1969 il giovane Gheddafi riuscì, con un colpo di stato, a prendere il potere. Dal 21 luglio al 21 agosto 1970 tutti gli italiani presenti nelle colonie furono costretti a rimpatriare. 37.000 ettari di terra, 1750 abitazioni, 500 esercizi commerciali, più di mille fra macchine agricole, autoveicoli ed aerei furono confiscati dal governo come risarcimento per i danni subiti durante la colonizzazione italiana cominciata nel 1911. Trentaquattro anni dopo Italia e Libia hanno raggiunto un accordo. Lo scorso 7 ottobre Muhammar Gheddafi ha detto: "Voglio dichiarare al mondo che l'Italia e la Libia sono amici. Vorrei chegli espuIsi tornassero". I primi sei italiani, accompagnati da Giovanna Ortu, presidentessa dell'Airl (Associazione Nazionale Rimpatriati dalla Libia), partiranno alla volta di Tripoli il primo novembre. Dopo «la cacciata» tanti tripolini sono arrivati a Parma. Attraverso le storie di due parmigiani che hanno vissuto quell'esperienza vogliamo raccontare e ricordare quei momenti.

Piero Aiuti è nato a Tarhuna nel 1941. La sua fa­miglia viveva in Libia da tre generazioni, la nonna fu una delle prime maestre delle scuole regie italiane, il padre arrivò in Libia nel '35 per coordinare le aziende agricole dove lavoravano i coloni italiani.

«Durante gli anni del conflitto mio padre fu chiamato alle armi; io e mia sorella ci rifugiammo a Firenze dai nonni. Praticamente io conobbi mio padre solo quando tornò dalla guerra e ci riportò in Libia. Mio padre, come tanti altri italiani, contribuì a strappare sabbia dal deserto, a bonificare la terra. In Libia fu il primo ad allevare in batteria i polli».

Cosa ricorda della sua vita in Libia? "Ho dei ricordi splendidi di quel periodo. La società tripolina era multirazziale, multiconfessionale. C'erano cattolici, ebrei, musulmani. Ognuno osservava le regole della propria religione nel massimo rispetto delle altre. I rapporti fra noi e la popolazione locale erano ottimi, abbiamo lavorato fianco a fianco per tanti anni. Il nostro Natale, per esempio, coincideva con la festa dell'indipendenza, della Libia, quindi il 25 dicembre era una festa per tutti. Il tempo non riesce ad affievolire i miei ricordi, ogni anno che passa sono sempre più vivi, come se guardassi un vecchio film restaurato".

Quando avete capito che qualcosa stava cambiando? "Dopo la guerra dei sei giorni, nel '67, era cominciata una vera e propria caccia a l'ebreo. Questo aveva, in qualche modo, aperto gli occhi a molti. Per questo motivo, io, mia moglie e mio figlio sia­mo tornati prima del colpo di stato. I mìei parenti so­no rimasti e sono stati rimpatriati, insieme a tutti gli altri, nel '70".

Cosa ha spinto Gheddafi a cacciare gli italiani? "Una forma di rivalsa nei confronti dei colonizzatori. Sicuramente Graziani all'epoca non era stato tenero nei confronti dei guerriglieri arabi. Nonostante questo gli Italiani avevano dato moltissimo a quel paese, rendendolo fertile, creando strade, ospedali, scuole. Il loro debito, secondo me, lo avevano .già pagato".

Cosa si prova nel sapere di poter tornare? «Poter scegliere se tornare o no ci da molta soddisfazione. E' stata una lunga battaglia durata 35 anni. Giovanna Ortu, presidentessa dell'Airl, è stata eccezionale: ha sempre portato avanti la nostra battaglia, sia per il recupero dei beni, sia per la possibilità di tornare nei posti dove siamo nati. Abbiamo lasciato li un po'di radici. Sono molto combattuto fra il desiderio enorme di tornare e il timore di provare una delusione tremenda. Sono passati più di trent'anni: gli splendidi giardini che avevamo creato, le nostre case non esistono più, la città non è più la "nostra città". In ogni caso, prima o poi, penso che tornerò per vedere ancora una volta il deserto, il verde delle oasi, il mare: in Libia ci sono posti unici, non li ho dimenticati e non ho mai smesso dì amarli».

«Mio padre perse il lavoro Agli zii fu confiscata l'azienda»

Luigi Magurno è uno dei tanti tripolini espulsi nel 1970. Ha trascorso in Libia solo i primi sette anni della sua vita ma il ricordo di quegli anni, e soprattutto degli ultimi mesi passati in quella terra, sono rimasti vivi nella sua memoria. Da quanti anni la sua famiglia viveva in Libia? « Mio nonno era partito come emigrante negli anni del fascio, era il giardiniere del palazzo reale; mio padre invece lavorava per un membro della famiglia reale".

Cosa ricorda degli anni trascorsi in Libia? "Ho un bellissimo ricordo di Tripoli, frequentavate scuole italiane insieme a bambini arabi ed ebrei; si studiava sia l'italiano che l'arabo. La prima cosa che facevamo alla mattina era cantare l'inno nazionale. Gli italiani erano ben visti, nessuno della popolazione civile araba aveva mai manifestato odio nei nostri confronti.

Cosa successe il primo settembre 1969? «Sentimmo degli spari ma non capimmo subito cosa stesse succedendo; mia madre pensò che si fosse aperta la stagione della caccia. Durante il coprifuoco non si poteva uscire; anche se è durato poco è stato molto brutto. Dopo il primo settembre cominciò la caccia all'ebreo, al non musulmano: uno zio di mia madre di origine ebrea fu ucciso a coltellate. Mio padre, lavorando per la famiglia reale, perse il lavoro da un giorno all'altro. Ai miei zii venne confiscata l'azienda».

Quando siete partiti per tornare in Italia? «A luglio. Non c'erano molte navi, bisognava prenotarsi e pagare il biglietto di tasca propria. Mia madre preparò due bauli pieni di vestiti, lenzuola, piatti; per un mese continuò a riempire quei bauli cercando di mettere dentro più cose possibili. Il giorno della partenza, alla dogana, lì aprirono e rovesciarono tutto il contenuto per terra. Mia madre si mise a piangere".

Quando siete arrivati, che situazione avete trovato in Italia? «Per due anni abbiamo vissuto in un'ex caserma vicino a Napoli insieme a tante altre famiglie, lo stato non ha mosso un dito per aiutarci. A pranzo ci davano la minestra con i vermi. Quei pochi risparmi che eravamo riusciti a portare con noi li usavamo per comprare qualcosa da mangiare. Poi finalmente mio padre trovò un lavoro e una casa a Lecce. Io sono venuto ad abitare a Parma per motivi di lavoro».

Come mai secondo lei, Gheddafi ha voluto cacciare gli italiani? "Era il suo unico mezzo per creare uno stato nazionalista, per portare dalla sua parte te frange più estremiste del popolo. Prima dì Gheddafi l'integrazione fra arabi, italiani ed ebrei era ottima. Fino a quando non la si esaspera, uria popolazione, anche multietnica, va d'amore e d'accordo".

Tornerà In Libia? “ Spero di si, il mio desiderio più grande è quello di portare in Italia le salme di mia sorella e dei mìei nonni".



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