Domani
la partenza del Presidente del Consiglio
Minacce sulla visita di Berlusconi
a Gheddafi
Da un sito Internet accuse al leader arabo diventato «amico dell'Occidente»
La Stampa
24 agosto 2004
Queste
minacce non ci fanno paura. Una volta abbracciate determinate scelte politiche,
siamo disposti a trarne tutte le conseguenze. Insomma, non ci tireremo
indietro». Alla vigilia dell'incontro in Libia tra il nostro presidente
del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il premier Muammar Gheddafi, un'autorevole
fonte diplomatica libica commenta il proclama, trasmesso via Internet
dalla neosigla «Abu Bakr el Libi», nel quale si annuncia la
jihad, la guerra santa, contro i governanti libici colpevoli di ricevere
«il maledetto primo ministro Berlusconi» - «le cui mani
sono macchiate del sangue dei musulmani in Iraq e Afghanistan e negli
altri paesi musulmani» - sottomettendosi «alle richieste degli
ebrei e dei cristiani». E' la prima volta che una minaccia così
esplicita viene rivolta da un gruppo radicale islamico contro il leader
Gheddafi, contro la Libia che ormai si è avvicinata all'Occidente.
Una prima valutazione (e ipotesi) della nostra intelligence è che
«dietro questa nuova sigla si nasconda un gruppo di dissidenti libici».
Nel proclama, - mandato in rete dal sito fondamentalista «islamic-minbar.com»
- il gruppo «Abu Bakr el Libi» si dichiara erede dello sceicco
Omar Al-Mukhtar, che nel 1932 guidò la rivolta dei musulmani libici
contro le truppe coloniali italiane. «Abbiamo stabilito di aprire
le porte del jihad contro il governo libico, i cui membri, dal presidente
ai ministri, sono per noi dei ricercati. Allah sarà testimone che
porteremo il governo libico a uno stato di terrore e rimpiangerà
di aver accettato la visita di Berlusconi, nemico di Allah e dell'Islam,
in Libia. Forse ritarderemo ma manterremo la nostra promessa di cacciare
Berlusconi il crociato dalla terra pura dei musulmani». Se dietro
questo gruppo non ci dovesse essere nessun dissidente libico, la sigla
«Abu Bakr el Libi» sembra proporsi nella logica di voler emulare
le «Brigate Abu Hafs al Masri», la sigla che da tempo minaccia
l'Italia e il suo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e che ha
rivedicato diverse stragi terroristiche (Istanbul e Madrid) dei gruppi
radicali islamici. In realtà, anche la Libia deve fare i conti
con la minaccia terroristica, con le formazioni dell'integralismo islamico.
E anche per questo ha abbracciato con convinzione la lotta all'immigrazione
clandestina: «Non sappiamo - hanno spiegato le autorità libiche
- se tra i clandestini vi sono terroristi». Nel giugno scorso, nel
deserto, ai confini con il Ciad, le forze di sicurezza di Tripoli hanno
ingaggiato un conflitto a fuoco (due militari libici uccisi) con i partecipanti
a un campo di addestramento del Gruppo salafita per la predicazione e
il combattimento. «Questo gruppo algerino - ha rivelato alla Stampa
il ministro degli esteri Shalgham -, dopo aver attraversato il deserto,
passando dall'Algeria al Niger e al Ciad, cercava di infiltrarsi in Libia».
A rendere poi ancora più inquientante lo scenario, sempre il ministro
degli esteri Shalgham ha denunciato che i fondamentalisti islamici vogliono
fondare «un regno islamico» a sud della Libia. In questo quadro
si inserisce il proclama, datato 22 agosto, del gruppo «Abu Bakr
El Libi». Nel testo si afferma: «Proclamiamo il massimo stato
d'allerta in tutte le regioni libiche, considerato che il governo ha innalzato
la bandiera crociate sulla Libia musulmana sottomettendosi alle richieste
degli ebrei e dei cristiani e trattando con loro». Agli inizi di
agosto, la la Lega Calcio di Adriano Galliani annunciò che «sopraggiunti
motivi organizzativi», veniva annullato l'incontro di calcio tra
Lazio e Milan che si doveva tenere a Tripoli il 21 agosto. Una decisione
improvvisa che ha sollevato molti dubbi. In quei giorni, le brigate «Abu
hafs al Masri» avevano lanciato l'ultimatum contro l'Italia, chiedendo
al nostro paese di ritirare le truppe in Iraq entro il 15 agosto. Il Milan,
si sa, è la squadra di calcio di Silvio Berlusconi. Forse oggi
è più chiara la ragione perché quella partita non
si è svolta a Tripoli
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Berlusconi
ci riprova con Gheddafi
Il Sole 24
ore
20 agosto 2004
ROMA * <Se vieni
a Tripoli troveremo il modo di metterci d'accordo su tutto>. Quel "tutto"
sta per: immigrazione clandestina, entità del gesto "simbolico"
che dovrebbe chiudere il contenzioso postcoloniale, pagamento dei crediti
alle imprese italiane, concessione dei visti ai nostri connazionali espulsi
nel '70. La promessa sarebbe stata fatta personalmente dal colonnello
Muammar Gheddafi al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi,
nei primissimi giorni di agosto. E Berlusconi, per l'ennesima volta, ha
voluto credere all'assoluta buona fede del "leader" della Jamahiriya tanto
che, salvo sorprese dell'ultimo momento, è intenzionato a compiere
un viaggio lampo a Tripoli mercoledì prossimo.
Anche il 10 febbraio scorso Berlusconi volò in giornata a Sirte,
pensando di chiudere un negoziato che una schiera di diplomatici avevano
messo in stand-by da molti anni con il rischio, a ogni ripresa di contatto,
di peggiorare la già difficile situazione. Quel viaggio non si
tradusse, però, in alcun accordo. Non solo: la delegazione italiana
non trovò il modo di chiarire l'assoluta impraticabilità
del progetto richiesto da parte libica che pretendeva e pretende come
"gesto simbolico" per sanare i danni relativi al periodo coloniale la
costruzione di un'autostrada tra Tripoli a Bengasi dal costo di 6 miliardi
di euro. Berlusconi avrebbe solo avanzato perplessità momentanee
legate alla difficile situazione finanziaria. Gheddafi avrebbe suggerito
perfino di chiamare l'arteria "Berlusconia" al posto dell'attuale vecchio
collegamento "Balbia" dal nome di Italo Balbo, arrivando a proporre uno
svincolo vicino a una località di mare dove costruire una villa
per lo stesso presidente del Consiglio italiano.
Nulla di fatto, in quella circostanza neppure per il pagamento di crediti
per 600 milioni di euro ad aziende italiane e neppure per la concessione
dei visti per molti cittadini espulsi all'atto della presa di potere di
Gheddafi. Si tratta ormai quasi esclusivamente di parenti di persone che
hanno vissuto in Libia e che vi vorrebbero fare ritorno per rendere omaggio
a qualche tomba nel deserto o vedere le case nelle quali sono nati i loro
genitori.
Sempre nell'incontro del 10 febbraio Gheddafi chiese a Berlusconi un impegno
per la revoca dell'embargo europeo alle esportazioni verso la Libia di
materiali a doppio uso (militare e civile) necessari per contrastare con
efficacia l'afflusso di immigrati clandestini prima in Libia e poi sulle
coste italiane. Le autorità del nostro Paese si sono attivate in
ambito europeo negli ultimi mesi, ma la situazione si è sbloccata
solo la settima scorsa con l'accordo tra Libia e Governo tedesco per il
risarcimento delle vittime dell'attentato alla discoteca <La Belle>.
Ora si attende con la nuova Commissione la revoca del regolamento Ue che
prevede l'embargo alla Libia . Proprio ieri sera a Bruxelles anche di
questo hanno parlato il commissario uscente alla Giustizia e affari interno
Antonio Vitorino e il nuovo commissario italiano Rocco Buttiglione che
gli succederà dal prossimo primo novembre.
Il tema dell'immigrazione rischia di essere ancora una volta il piatto
forte del faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi. Ma le premesse non
sono affatto buone, visti gli scarsissimi risultati raggiunti dalla delegazione
italiana guidata da Alessandro Pansa del ministero dell'Interno giunto
a Tripoli la settimana scorsa per cercare un accordo sulle tendopoli dei
clandestini in partenza verso l'Italia e i pattugliamenti congiunti dopo
l'arrivo dell'ennesima "carretta" del mare con il suo carico di morti
a Siracusa. L'unica "collaborazione" da parte delle autorità della
sicurezza libica all'Italia si sarebbe limitata al passaggio di qualche
informazione su soggetti fondamentalisti che operavano nelle moschee italiane.
Ora si spera che la "diplomazia personale" del cavaliere riesca laddove
quella tradizionale ha fallito. Tuttavia non mancano molti consiglieri
soprattutto al ministero degli Esteri che suggeriscono una linea meno
cedevole con Gheddafi proprio nel momento in cui il colonnello sta riallacciando
importanti rapporti diplomatici e di affari con americani e inglesi dopo
che il nostro Paese è stato l'unico nei duri anni dell'embargo
a tentare di riavvicinare la Libia alla comunità internazionale.
Ben diversa, ad esempio, è stata la posizione dei tedeschi. Il
3 settembre anche il cancelliere Gerhard Schroder si recherà a
Tripoli, ma solo perché la settimana scorsa è stato raggiunto
l'accordo. L'anno scorso anche i francesi riuscirono a strappare ai libici
il risarcimento da 10 milioni di dollari a vittima (uguale a quello per
Lockerbie) per le vittime dell'aereo Uta sui cieli del Niger nel quale
morirono anche due italiani.
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La
Libia dei vinti: istantanee da un esilio
Corriere della Sera del 12
maggio 2004
di Antonio Ferrari
E'
stato un dramma rimosso in fretta. Quando si materializzò, se ne
vollero accorgere in pochi. Quando si concluse, per troppi fu comodo dimenticare.
L' esodo coatto dalla Libia dei nostri connazionali fu infatti considerato
un modesto e fastidioso cruccio nell' Italia che entrava negli anni
' 70. Un' Italia turbata dalla contestazione studentesca, ferita dall'
esplosione del terrorismo nero con la strage di piazza Fontana, impegnata
in un' acritica linea politica filo-araba (suggerita da interessi petroliferi),
e prostrata dalla cronica instabilità governativa. La cacciata
di migliaia di italiani, decisa dopo il colpo di stato del colonnello
Gheddafi ,
giunse come tardiva e imprevista conseguenza dell' aggressione coloniale
voluta da Mussolini, e si preferì ritenerla un inevitabile incidente
di percorso, perché per Roma era molto più importante mantenere
solidi legami con il vertice libico che reagire per difendere i diritti
degli eredi della guerra. Certo, gli italiani di Tripoli e Bengasi dovevano
scontare la brutalità dell' occupazione fascista, ma per anni i
reduci di quell' aggressione coloniale avevano comunque meritato rispetto
e considerazione. In fondo, garantivano un lavoro a molti libici, avevano
bonificato il deserto ed erano convinti che i danni di guerra fossero
stati compensati, comunque estinti. Ma la Libia che un giorno si sveglia
con la voce monotona e il messaggio rivoluzionario del giovane e sconosciuto
Gheddafi ,
che incita il popolo a un' orgogliosa riscossa, è un Paese improvvisamente
diverso. Che riscopre gli eroi della resistenza anti-italiana, che soprattutto
si accende di uno sconosciuto furore nazionalistico, che il deposto re
Idris aveva saputo anestetizzare. I fedeli collaboratori di ieri
diventano improvvisamente ostili: pochi per convinzione, alcuni per convenienza,
molti per paura del nuovo ordine (o disordine) imposto dal colonnello,
che sostiene (a parole) di rifiutare tutti i poteri, e di voler essere
semplicemente la guida, il supervisore di uno Stato che deve crescere
da solo. È in quell' atmosfera che matura il dramma della cacciata
definitiva degli italiani. Luciana Capretti, nel suo bel libro, Ghibli
(210 pagine, Rizzoli), ce ne racconta le sofferenze, le ansie e le miserie,
riuscendo con maestria narrativa a coniugare racconti, confessioni, magri
ritagli di giornale, ma soprattutto un' immagine: «di un uomo che
torna a casa, dopo trent' anni all' estero, in pantaloncini da bagno e
canottiera. Mio zio»; e un ricordo: «di una donna cui miseria
fascismo guerra emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia
madre». Emozioni raccolte e innervate nella trama di un romanzo
dove si ritrova non soltanto l' atmosfera della Libia di ieri, ma quella
di oggi, con i soldati-bambini armati di fucile, con un governo che si
finge autonomo ma dipende esclusivamente dal suo leader, con il discutibile
processo (quasi una farsa) agli infermieri bulgari, accusati di aver trasmesso
l' Aids a centinaia di bambini e condannati a morte, con l' ambiguo atteggiamento
del colonnello, che adesso si dichiara ravveduto, abiura il terrorismo,
rinuncia alle armi proibite e viene accolto come il figliol prodigo dalla
comunità internazionale. Affiora dal libro la cornice psicologica
che accompagna tutte le fughe da ciò che ci appartiene o abbiamo
faticosamente costruito, magari ritenendo di aver pagato un peccato originale
di cui non ci sentiamo colpevoli. Sono scene che non hanno patria. Le
abbiamo trovate nella storia degli ebrei, perseguitati dai nazisti: i
pochi che riuscirono a sottrarsi ai lager portavano con sé soltanto
oggetti preziosi e quadri, più facili da barattare per sopravvivere.
Le abbiamo trovate in Libano, durante la guerra civile. In Palestina.
Nell' Iran degli ayatollah. E anche in Libia, con i fuggitivi che, per
aggirare la dogana, infilano diamanti nel tubetto del dentifricio, le
monete d' oro nel bastone da passeggio, i dollari nell' imbottitura del
divano. In Ghibli, non c' è tolleranza nei confronti del fascismo,
e neppure rabbia per la rivoluzione di Gheddafi
.
A impreziosirlo sono le storie umane dei vinti che si ritrovano vincitori.
E dei vincitori che non accettano di diventare vinti.
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E Gheddafi disse: «Italiani, a casa»
Il Messaggero del 12 maggio 2004
di Piero Santonastaso
“MAHMUD
c'era riuscito. Aveva convinto gli ufficiali di polizia che quel negozio
gli spettava di diritto perché vi aveva lavorato insieme al padrone
italiano, e ora sedeva immobile, intontito di soddisfazione, un sorriso
sulle labbra sottili: aspettava la fine del ghibli”...
“Attardi
era sceso dal taxi. Le ultime lire le aveva date all'autista e a mani
vuote si avviava verso il vialetto di casa. La gamba gli faceva male,
il sangue si era rappreso sulla ferita, e tutt'intorno si stava gonfiando.
Zoppicava un po' ma non pensava ad altro: era arrivato. Davanti a lui
un palazzone vicino al mare di Ostia, per non dimenticare gli odori salmastri
di una vita”.
Sono
due brani, l'incipit del libro e l'inizio di una storia parallela, del
bel racconto Ghibli (Rizzoli, 204 pagine, 14,50 euro) nel quale Luciana
Capretti non diremmo che racconta soltanto, ma fa rivivere “la cacciata”.
Che è la storia degli italiani mandati via dalla nuova Libia del
colonnello Gheddafi, giovane rivoluzionario vincente più di trent'anni
fa, ma non è solo l'epopea di quella cacciata: è la storia
dell'Italia e della Libia, degli italiani in Libia quando avevano percorso
andando là, quasi all'incontrario, il cammino della speranza che
oggi tanti maghrebini ripercorrono venendo in qua; la storia di un petrolio
che esplode all'improvviso dove quasi nessuno lo immaginava; la storia
di anime musulmane o cattoliche, di costumi prima ancora di vita che non
di abito, l'intreccio di un odio e di un amore, il mal d'Africa e la voglia
di casa, Mahmud e Attardi uno di fronte all'altro, paralleli e perpendicolari
nella loro storia; è la dolce vita di Tripoli, che ti pare di viverci
e vorresti sedere anche tu sulle poltroncine rosse d'un teatro dove canta
Joséphine Baker e che paiono quelle del bambino che andava col
papà al Politeama di Palermo; è la via Costanzo Ciano che
diventa sciarà 24 dicembre, con la storia che passa anche da questo:
dall'idealizzazione del “consuocero” alla novità dell'indipendenza.Ci
sono mille pennellate, si direbbe mille tocchi di penna in questo romanzo
che sa di verità e di vita, il romanzo di una generazione, speranzosa
prima e disperata poi. “Clandestino vivo dentro un violoncello” è
il titolo giornalistico di un ritorno. E Mahmud, alla fine della storia,
in un flashback, apre la cassaforte e trova... Ha importanza? Il finale
di un libro che ti prende il cuore e la ragione non si racconta, si legge.
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La rivoluzione, l’esodo, il nuovo patto
Il Messaggero
12 maggio 2004
Con
due leggi promulgate il 21 luglio 1970, il colonnello Gheddafi - che aveva
preso il potere nel 1969 deponendo re Idris e proclamando la repubblica,
decretò l'espulsione dei 20.000 italiani che vivevano nel paese
al tempo della rivoluzione. Tre mesi dopo, il 18 ottobre, Gheddafi poté
annunciare che erano partiti 12.770 italiani e che erano stati confiscati
37.000 ettari di proprietà terriere, 1.700 case, 10 cliniche, 500
aziende e locali pubblici, commerciali o professionali, 1.200 veicoli.
Erano stati congelati nelle banche depositi per oltre 80 milioni di sterline
libiche.
Dopo il grande esodo,
comunque, rimasero in Libia circa 1.500 italiani la cui presenza era particolarmente
utile al nuovo regime. Si trattava di tecnici e rappresentanti di grandi
imprese italiane, che potevano contribuire allo sviluppo del paese divenuto
ricco grazie allo sfruttamento delle proprie risorse petrolifere. Si creò,
allora, una situazione paradossale. L'Italia, che era il “nemico storico”
della Libia e bersaglio delle continue filippiche del colonnello Gheddafi,
era diventata, nello stesso, tempo, il suo maggior partner economico e fornitore
di beni e servizi. Negli anni 70 il paradosso si completò con una
nuova emigrazione di circa 15.000 italiani in Libia ritenuti utili allo
sviluppo del paese.
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Gheddafi
a Bruxelles: intervista a Giovanna Ortu
Agenzia News Italia Press del
27 aprile 2004
In una corrispondenza da Bruxelles sull'incontro Prodi-Gheddafi l'agenzia
News Italia Press pubblica un'intervista a Giovanna Ortu:
L'incontro di oggi ha visto
un colloquio bilaterale tra Prodi e il Presidente africano in tarda mattinata,
una riunione con i commissari dell'Unione nel pomeriggio, un incontro
con l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell'Ue Javier
Solana . In serata, invece, il leader di Tripoli ha partecipato ad
una cena ufficiale , accolto Primo Ministro belga Guy Verhofstad a Palazzo
d'Egmont e da un nutrito gruppo di esponenti della politica e dell'economia.
Il leader ripartira' domani dopo aver incontrato i rappresentanti del
Parlmento del Belgio. Per alcuni, è un risultato storico, frutto
di una politica che il Presidente europeo persegue dal 1999.
E non potrebbe essere diversamente
– esordisce la Presidente dell'Airl, L'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia, Giovanna Ortu -. In fondo nel tentativo di riallacciare i
rapporti con la Libia, l'Italia non ha conosciuto né destra né
sinistra. Tutti sembrano affetti dalla sindrome di Stoccolma, attirati
dal loro carnefice. Sono arrabbiata per questo atteggiamento . Non la
ritengo – prosegue - una politica adeguata. Noi siamo stati trattati a
pesci in faccia. Cacciati dalla Libia, senza speranza di tornarci nemmeno
da turisti" .
In una lettera scritta al Presidente
dell'UE all'annuncio del colloquio che si è svolto quest'oggi,
la Ortu ha espresso le sue perplessità e quelle di tutta la comunità
italiana di Libia. Un accordo tra l'Italia e il Paese africano, infatti,
impedirebbe di raggiungere una soluzione sia per l'indennizzo dei beni
confiscati dal regime libico sia per il rilascio di visti turistici agli
italiani nati in Libia e desiderosi di tornare a visitare i luoghi della
memoria . Soluzioni che già il 28 ottobre 2002 il Presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi aveva accennato nel suo incontro con Gheddafi.
A questi timori Prodi rispose che, data l'assenza di qualunque accordo
tra l'Europa e la Libia, i contenziosi in atto con l'Italia sarebbero
rimasti di specifica competenza del Governo nazionale. "Ma resta il timore
che le nostre richieste rimangano disattese – ribatte la Presidente dell'Airl
-. Lo dimostrano i diversi atteggiamenti che la Libia ha tenuto con la
Gran Bretagna e l'America, ammettendo le sue colpe nei disastri aerei.
Riconoscimento che, invece, non è avvenuto per le nostre stragi,
quella di via Veneto e quella di Ustica.
Noi, invece – si affianca la Ortu – speriamo vivamente che questa svolta
verso la democrazia esista , e favorisca noi italiani d'Africa. Quello
che ci fa male – confessa la Presidente dell'Airl – è che dentro
di noi c'è una visione ben diversa tra il regime libico e la popolazione,
cui siamo legati da profonda amicizia". L'Associazione Italiani Rimpatriati
dalla Libia fa poi una riflessione, si chiede se l'Italia in 50 anni non
abbia già pagato a sufficienza con attacchi e attentati il prezzo
del colonialismo . Sia con la costruzione di ponti, strade ed edifici
pubblici, sia con il trattato del '56, successivo alla seconda Guerra
Mondiale, che prevedeva un accordo di collaborazione economica e imponeva
all'Italia il trasferimento allo Stato libico tutti i beni demaniali e
di 5 milioni di sterline a saldo di qualunque pretesa. Oltre che la disattesa
continuità della permanenza della comunità italiana residente
nel paese.
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«Noi, rimpatriati
dalla Libia
e dimenticati dal nostro governo»
Corriere della Sera del 29 giugno
2003
di Maurizio Caprara
ROMA - «Lunica
buona notizia riguarda il cimitero: un nostro rappresentante potrà
andare a Tripoli per esprimere un parere su come sistemare il cimitero
italiano, danneggiato da una lunga incuria. E se questa, che pure ci sta
a cuore, è la sola novità positiva, le cose non vanno bene»,
dice Giovanna Ortu, la presidente dell' Associazione italiani rimpatriati
dalla Libia. Dal suo punto di vista, il negoziato tra il nostro Paese
e la Jamahiria sulla lotta all' immigrazione clandestina rischia di essere
un' occasione mancata.
Perché tanta insoddisfazione?
«Il governo si sta occupando dell' immigrazione e del gran volume
di affari che l' Italia ha con la Libia, ma non di noi. I pochi soldi
destinati allindennizzo per i danni che subimmo cadono sempre sotto
la scure di Tremonti. E non è che chiediamo molto. Neanche sui
visti che desideriamo per rivedere il Paese dal quale fummo cacciati 33
anni fa riescono a ottenere passi avanti da Tripoli. Sospetto che il governo
ci consideri colpevoli».
Il
governo italiano? Non quello libico?
«Io, che avevo un padre arrivato in Libia nel 1917, non rinnego
il nostro passato colonialista. La storia, che non si ripete, non si cancella.
Ma perfino il ministro degli Esteri libico Shalgham, quando nel 2002 sono
stata riammessa lì una volta, mi disse: ce labbiamo con il
colonialismo, non con voi singoli. E infatti in Libia ebbi grandi manifestazioni
di affetto».
Quali
rimborsi rivendicate?
«Ad essere mandati via da Gheddafi, nel 1970, fummo in 20 mila.
Altri 5mila se nerano andati nei dieci mesi precedenti. Ci accontenteremmo
di 250 milioni di euro da stanziare in più anni. I beni che ci
confiscarono, 33 anni fa, furono valutati in 400 miliardi di lire di allora.
Le domande di rimborso al Tesoro sono 6.500. Potemmo presentarle soltanto
al governo italiano, il solo titolato a ricorrere contro la violazione
del trattato».
Le
ultime risposte?
«Berlusconi mi promise una soluzione, poi nella Finanziaria c'è
stato soltanto uno stanziamento, mal congegnato, di 2 milioni e mezzo
di euro per tre anni. Offensivo. E il 5 giugno il ministro degli Esteri,
Frattini, ha sostenuto che sui visti confidava in un gesto di disponibilità
umanitaria del governo libico. Ma insomma, un po di dignità:
forse non era neanche stato informato che i libici avevano già
preso impegni formali nel 1998».
ITALIA-LIBIA/ CREDITI
NON ASSICURATI, DOSSIER ANCORA INEVASO
Ap.Biscom 1 luglio 2003
Oltre
887 milioni di euro dovuti alle aziende italiane
Discorso separato da quelli dellembargo e della lotta allemigrazione
clandestina, è il superamento di alcune questioni bilaterali legate
ancora al retaggio coloniale e forse alla fatica del Colonnello Gheddafi
di lasciarsi alle spalle il ricordo di quegli anni. Due i temi rimasti
ancora aperti a trattative: quello dei crediti non assicurati delle imprese
italiane verso istituzioni, enti e organismi libici e quello dei visti
agli italiani rimpatriati e ai profughi.
Dopo la prima trance di pagamenti da parte del governo libico alla Sace,
che aveva a sua volta risarcito le imprese italiane assicurate che avevano
eseguito lavori in Libia senza essere state ricompensate, a differenza
di quanto annunciato durante la visita a Tripoli di Berlusconi, i crediti
non assicurati delle aziende italiane sono rimasti inevasi. A quanto si
apprende da fonti diplomatiche, si tratterebbe di oltre 887 milioni di
euro (calcolati da una parte terza) e di crediti che risalgono agli anni
Settanta. Un nodo, insomma, ancora da sciogliere.
Cè inoltre unaltra questione non risolta che riguarda
una questione umanitaria: quella dei visti agli italiani rimpatriati
e ai profughi, nonché della salvaguardia dei propri beni. Per lAssociazione
Italiana dei Rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu ne fa una questione
di principio. Si tratta spesso di persone ormai molto anziane, nate in
Libia durante loccupazione e che vorrebbero solo rivedere da turisti
il luogo dove hanno trascorso linfanzia, oppure il cimitero dove
sono stati sepolti alcuni cari. La Libia è rimasta tuttavia molto
rigida nel rilascio di visti a persone nate nel periodo coloniale, I rimpatriati
italiani erano 20 mila, nel 1969, oggi lassociazione ne rappresenta
circa 1.800 (capifamiglia).
Legata solo in parte alla vicenda dei rimpatriati è quella degli
ebrei libici di cittadinanza italiana, i quali hanno creato un Comitato
di Assistenza agli Ebrei di Libia nel tentativo di recuperare alcuni beni
persi con labbandono di quel Paese dopo il 1967. La comunità
ebraica, presente in Libia per 2000 anni, è stata molto florida
fino alla sua cacciata dopo la Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 erano circa
4mila gli ebrei italiani.
Sds/Nes
ITALIA-LIBIA/RIMPATRIATI
ITALIANI: FERITA DEL 70 ANCORA APERTA
Ancora negati visti da governo libico.
Contenzioso su indennizzi
Nes/Sds Cè
una antica ferita non ancora rimarginata tra Italia e Libia: quella degli
italiani nati e residenti nel Paese cacciati nellagosto
del 1970 dopo lascesa al potere del colonnello Muhammar EI Gheddafi.
Il rimpatrio forzoso, interessò circa 20 mila italiani che lasciando
il Paese persero tutto. Tra gli espulsi cerano anche 4 mila ebrei
italiani cui il governo libico aveva confiscato i beni in quanto nemici
già nel 67 con la guerra dei sei giorni.
Fino a quel momento eravamo stati protetti dal trattato Italo-libico
del 1956 che tutelava le minoranze racconta Giovanna Ortu presidente dellAssociazione
italiani rimpatriati dalla Libia - poi le cose cambiarono rapidamente. Fummo
mandati via e costretti a lasciare lì tutto quello che avevamo. Ci
fu consentito di portare via solo piccole masserizie. Fu una cosa tristissima...
Ma questo appartiene al passato.
Un passato tuttavia non ancora archiviato per molti dei 1.800 iscritti allassociazione
che annualmente si riuniscono per ricordare e discutere dei problemi ancora
aperti come lannosa questione dei visti negati agli italiani nati
in Libia e quella degli indennizzi per i beni espropriati a coloro che risiedevano
nel paese nord-africano. La Farnesina e gli ambasciatori Badini e
Sessa devo dire hanno fatto molto - aggiunge Ortu - noi però oggi
chiediamo al governo di arrivare a una soluzione dei problemi ancora aperti.
Giovanna Ortu, che è stata tra i pochi ex profughi a poter tornare
in Libia dopo lespatrio ci sono tornata con mia figlia nel maggio
2002, ha inviato un telegramma al ministro dellinterno, Giuseppe
Pisanu, che in questi giorni si recherà a Tripoli per la firma di
un accordo di collaborazione per il contrasto allimmigrazione clandestina.
Vogliamo ricordare che è ancora in sospeso il contenzioso con
il governo italiano per lo stanziamento degli indennizzi definitivi che
ci sono stati promessi dal vice presidente del consiglio Fini
Il prossimo 8 luglio, un rappresentante dellassociazione sarà
a Tripoli per partecipare ai lavori di una commissione mista italo-libica
che dovrà affrontare il problema dei cimiteri italiani e del rimpatrio
delle salme in Italia. E un problema umanitario molto sentito
da coloro che da anni cercano di far tornare in Italia le salme di parenti
e congiunti. Vogliamo affrontare anche questo problema con realismo e spirito
di collaborazione, ha concluso Ortu.
Intervista
a Giovanna Ortu di Maurizio Rinaldi
Il Tempo 20/10/2002
GIOVANNA Ortu Ë presidente dell'Associazione
Italiani Rimpatriati dalla Libia, che riunisce i 2Omila italiani che furono
espulsi dal paese arabo nel luglio 1970 dal colonnello Gheddafi, appena
salito al potere.
Signora Ortu, cosa pensa della visita del presidente Berlusconi in Libia?
"La vediamo con estremo favore. Siamo stati cacciati trent'anni fa
da Tripoli con un decreto di espulsione che ha violato un trattato sottoscritto
da Libia e Italia e che recepiva una risoluzione dell'Onu ma che il nostro
Paese non ha mai fatto valere, mirando pi˜ alle forniture di petrolio.
Nel 1999 c'Ë stato l'accordo fra l'allora ministro degli Esteri Lamberto
Dini e il ministro degli Esteri libico. Ora il presidente Berlusconi gestirý
la questione. Allora abbiamo perso una cifra che oggi corrisponderebbe
a 2 miliardi di lire.
Ne abbiamo ottenuti in questi anni solo 300. Chiediamo almeno 500
miliardi, di cui subito 50. Non importa se la Finanziaria stringe i cordoni
della borsa, abbiamo diritto, da trent'anni, a un indennizzo. Capisco
che sono tempi duri e che la Fiat va male ma proprio Gheddafi nel 1976
finanziÚ con i nostri soldi la crisi della casa automobilistica. Ora Ë
il momento che venga fatta giustizia".
Quanti sono ora i rimpatriati dalla Libia?
"Dei 2Omila espulsi molti sono morti, anche in seguito a ciÚ che
Ë accaduto. Sono rimaste oltre 6 mila persone".
Che cosa ricorda dei tempi dell'espulsione dal paese in cui risiedevate?
"La mia famiglia possedeva diversi terreni agricoli, eravamo benestanti.
Il giorno dell'espulsione mi ricordo di aver chiuso la porta di casa con
mia figlia di 7 mesi in braccio e di essere andata di corsa, ancora in
ciabatte, all'aeroporto. »' stato drammatico. Abbiamo dovuto ricostruire
da zero le nostre vite"
A maggio Ë potuta tornare in Libia per incontrare il ministro degli Esteri.
Cosa ha provato rientrando in quel paese?
"Emotivamente ho cercato di vivere il rientro con tranquillitý.
La rabbia che ayevo provato i primi tempi dopo la fuga si era dissolta.
I componenti dell'associazione provano ora solo nostalgia. Sono anzi rimasta
colpita dalle dimostrazioni d'affetto nei nostri confronti.
Ho avuto l' opportunitý di tornare nella casa dove sono nata, a Tripoli,
e ho camminato nel grande giardino. Ebbene, mi ha fatto piacere che era
ben tenuta. Certo, la cittý Ë molto cambiata ma conserva un fascino incredibile.
E' un paese che avrý un futuro turistico rilevante".
Ora volete giustizia e l'adeguato indennizzo. Quali sono le vostre richieste?
"Avevamo molto in Libia e abbiamo improvvisamente perso tutto. Credo
che il presidente Berlusconi vada lÏ anche per sciogliere il contenzioso
fra la Libia e le imprese italiane che negli anni 80 e 90 hanno lavorato
nel paese arabo. Insomma, abbiamo diritto allo stanziamento di quattro
soldi, alla sistemazione del cimitero di Tripoli e alla facoltý di tornare
in Libia. Si tratta della nostra dignitý".
Premier
in Libia. I dubbi di An:chiarisca i motivi
Corriere della Sera del 19/10/2002
ROMA - L'incontro tra Silvio Berlusconi e
Muhammar el Gheddafi in programma per il 28 ottobre a Tripoli ha reso
inquieta Alleanza nazionale. Del viaggio si Ë parlato ieri nel Consiglio
dei ministri e, stando a voci filtrate fuori, il vicepresidente del Consiglio
Gianfranco Fini avrebbe avanzato riserve sostenendo che in Libia i sentimenti
anti-italiani non sarebbero spenti. Quando questa versione Ë rimbalzata
tra i giornalisti, Fini ha fatto precisare di essersi limitato all'"auspicio
che la visita possa migliorare i rapporti tra i due Paesi e con i nostri
connazionali obbligati a lasciare la Libia". Meno diplomatico Ë Mirko
Tremaglia, ministro di An per gli Italiani nel mondo: "Mi dispiace
di aver lasciato la riunione prima, avrei avuto qualcosa da dire. Da presidente
della commissione Esteri della Camera fui invitato in Libia: risposi che
non ci mettevo piede se non veniva cancellata la festa nazionale della
vendetta contro l'Italia, fissata in ottobre. E finchÈ non la si cancella
credo che nessuno debba andare lÏ". Saputo che Berlusconi restituirý
ai libici la Venere di Cirene, statua sottratta dall'Italia in era coloniale,
il ministro che non rinnega il suo passato nella Rsi aggiunge: "Ci
restituiscano semmai le aziende agricole nate dal deserto quando demmo
anche la cittadinanza italiana al libici".
Nel frattempo Gustavo Selva, An, presidente attuale della commissione,
ha chiesto che il governo spieghi lo scopo del viaggio.
Un'autostrada
e un ospedale il prezzo simbolico.
Il 28 ottobre l'incontro tra Berlusconi e Gheddafi.
il Tempo 20/10/2002
ITALIA- Libia: ovvero, l'ora della pace. L'incontro tra Silvio Berlusconi
e il colonnello Gheddafi - lunedÏ 28 ottobre, cioË tra meno di dieci giorni,
sotto la tenda beduina riservata agli ospiti pi˜ importanti - sancisce
la fine del contenzioso tra Roma e Tripoli sull' "occupazione colonialista"
italiana. Una data storica, quindi. E nello stesso tempo, anche se non
c'Ë stato nel caso specifico alcuna mediazione dell'Italia, il rientro
del Colonnello, non pi˜ leader di uno "stato canaglia", nella
comunitý internazionale. Il testo dell'intesa che ha reso possibile la
visita di Berlusconi, prevista per la scorsa primavera e via via slittata,
Ë pronto. Berlusconi rimarrý in Libia una giornata: il tempo di un colloquio
a quattr'occhi con il "Grande leader", di un pranzo con le due
delegazioni. Fino a ieri non era ancora definito il luogo dell'incontro:
o l'oasi di Sehba, o Tripoli oppure Sirte, che Ë anche la sede del Parlamento
libico, e dettaglio importante, la cittý meno lontana da Benghasi, dove
i due potrebbero fare una visita a sorpresa per inaugurare insieme il
Centro medico di eccellenza che Ë il "dono simbolico" offerto
dall'Italia alla Libia per chiudere col passato.
Risultato che Ë merito soprattutto di Berlusconi, che si Ë incontrato
due volte (a Roma e Valencia) con il ministro degli Esteri libico Abdulrahman
Shalgam, ed ha costituito un comitato "ad hoc" di diplomatici
che ha negoziato, anche duramente i termini dell'"indennizzo":
dopo aver in un primo tempo accettato (sulla base di un incontro con l'allora
ministro Renato Ruggiero) che prendesse la forma di un centro medico (ospedale
ma anche centro di insegnamento specializzato), Tripoli ha infatti cambiato
idea.
La nuova richiesta, resa pubblica proprio a "Il tempo", era
un'autostrada tra Tripoli e Benghasi. Il braccio di ferro Ë stato duro
ad un certo punto, un caso?, i libici hanno anche bloccato i contratti
con le aziende italiane) ma Roma non ha ceduto: perchÈ in questo momento
non ha le disponibilitý finanziarie per un "regalo" del genere
e poi perchÈ l'indennizzo doveva essere "per tutto il popolo libico".
Tripoli alla fine ha capito. Del resto, quasi certamente, l'autostrada
i libici l'avranno comunque: il governo Ë infatti favorevole a che le
aziende italiane che lo vogliano partecipino, su base volontaria, alla
societý mista che la costruirý.
Tra i principali punti dell'accordo, che porterý in futuro alla firma
di un Trattato di amicizia e partenariato in tutti i campi, ci sono impegni
precisi sui due problemi pi˜ sentiti da parte italiana: quelli dei crediti
vantati da aziende italiane in Libia, che sarý risolto da un comitato
ad hoc giý costituito, e dei visti che gli italiani espulsi dalla Libia
nel 1970 chiedono da anni - ed ora otterranno - per tornare a vedere le
case dove sono nati e sono cresciuti.
Telefoni
e voli bloccati
Libia isolata ricorda le vittime
del fascismo
TRIPOLI -- Libia isolata
dal mondo per una giornata in ricordo ´delle vittime del crimine selvaggio
commesso dai fascisti italianiª.
Ieri nessun volo internazionale Ë decollato o atterrato dagli aeroporti,
nessuna chiamata telefonica con l'estero: una segreteria telefonica ricordava
la mobilitazione nazionale contro l'occupazione durata dal 1912 al 1942.
Una commemorazione che il governo di Tripoli porta avanti da anni, nonostante
li documento congiunto siglato con il nostro Paese nel 1998, e che viene
a coincidere con la vigilia del viaggio del premier Silvio Berlusconi
in Libia. Il presidente del Consiglio domani mattina avrý il primo incontro
con Gheddafi, nel tentativo di aprire ´una nuova pagina" nelle relazioni
tra i due Paesi. Dopo il lungo lavoro diplomatico svolto da Giulio Andreotti,
concluso dall'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini con l'accordo
del '98, a Tripoli ci sono state visite ufficiali di Massimo D'Alema e
poi di Renato Ruggiero. Ma successivamente, secondo gli addetti ai lavori,
tra Roma e Tripoli sorti alcuni ´malintesiª, legati an‚che a nuove richieste
di indenniz‚zi che i libici avrebbero formulato per compensare i danni
causati dal colonialismo dell'Italia fascista, che hanno determinato una
fase di stallo nello sviluppo delle relazioni bilaterali, sopratutto a
livello politico, superata Il 9 ottobre da un colloquio telefonico tra
Berlusconi e GheddafL. Ora la missione del premier dovrebbe consentire
di restituire ´pienezza e sistematicitýª - come osservato da fonti diplomatiche
nei giorni scorsi - a rapporti bilaterali che assumono rilevanza ancora
maggiore alla luce della necessitý di garantire la sicurezza nel Mediterraneo.
(torna su)
Coinvolgono
Ciampi "le parti deboli". Sacrificate da Silvio e Muammar
La Velina Azzurra 4 Giugno
Per Ia prima
volta, fidandosi ormai poco di Berlusconi, dopo le mancate promesse
seguite alIa visita a Tripoli del 28 ottobre scorso, le associazioni
di categoria che rappresentano gli ex interessi italiani in Libia l'AiriI
(imprese creditrici) e I'AirI (beni dei rimpatriati) si sono
appellate direttamente al Capo dello Stato, nella "Sua veste
di supremo tutore della Nazione": un ruolo ampliato rispetto alla Costituzione
scritta, ma che Ciampi ha finito con assumere occupando progressivamente
i vuoti altrui e in questo caso le omissioni del Governo. La mozione
dell'assemblea annuale dell' Airl, che si Ë riunita a Bergamo il 25
maggio, invoca un intervento del Presidente denunciando che nel processo
di riconciliazione Italia-Libia vengano trascurati i "capitoli che toccano
le parti pi˜ deboli del contenzioso bilaterale, forse da qualcuno ritenute
sacrificabili".
Alla vigilia
del viaggio di Frattini in Libia, le associazioni di categoria hanno
fatto nuove pressioni sul Governo. II presidente delI'Airil Leone Massa
ha scritto a Berlusconi ricordandogli che "l'accordo da Lei sottoscritto
a Tripoli ii 28 ottobre dello scorso anno, che prevedeva il pagamento
da parte Iibica dei debiti verso le imprese itaIiane entro il 31 marzo
2003, Ë stato disatteso fin dai primi passi della sua attuazione e alla
fine bellamente calpestato e mandato in soffitta. La lettera lamenta
il carente appoggio della Farnesina sulla questione dei crediti, insinuando
che sia frutto delle pressioni dell'Eni, che intende assecondare I libici
per fare I propri interessi petroliferi.
A sua volta
Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, ha ammonito il ministro
Frattini sostenendo che "II processo di riconciliazione in atto non
potrý essere legittimamente completato fin quando il governo italiano
non abbia chiuso Ia questione dei beni confiscati dal regime libico,
con una definitiva legge di indennizzo a favore degli espatriati. In
caso contrario Ia riconciliazione avverrebbe sacrificando non solo gli
italiani colpiti daquel regime ma mortificando l'onore stesso dell'Italia".
E'
la promessa di Gheddafi al ministro Frattini in visita nel Paese
Tripoli combatterò il terrorismo
sole24ore
Tripoli.
I venti di pace
che salgano da Aqaba contagiano positivamente Medio Oriente e Maghreb
arabo. Ed Ë un linguaggio insolito quello che il colonnello Muammar
Gheddafi utilizza nell'incontro con il ministro degli Esteri italiano,
Franco Frattini, all'ombra della tenda berbera montata nel cortile della
caserma "Bab-al-Azyzya", poco fuori Tripoli, di fronte all'edificio
bombardato dagli americani nell'86 e nel quale morÏ la figlia del "leader".
Da allora tutto Ë rimasto intoccato: le schegge, i divani sventrati
e i soffitti pericolanti. Ma, simboli del passato a parte, la Libia
di oggi sembra volere chiudere davvero i conti con quella vecchia realtý.
Il colonnello chiarisce a Frattini che lui il terrorismo internazionale
lo vuole combattere davvero, che anzi si sente lui stesso minacciato
dai fondamentalisti e che aspetta «con grande impazienza»l'inizio
del semestre di presidenza italiana dell'Ue per uscire dall'isolamento
e proseguire la marcia di avvicinamento verso l'Occidente. E chiudere
il contenzioso con l'Italia (crediti, visti e risarcimenti), suggellando
l'accordo con una visita nel nostro Paese, per ora solo un progetto.
Gheddafi (che ha avuto anche un colloquio telefonico con il presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi) ha discusso a lungo come combattere
l'immigrazione clandestina, creando sviluppo nei Paesi di provenienza.
Ma quello che pi˜ importa Ë che il Governo di Tripoli sembra intenzionato
a chiudere la stagione del sostegno politico (e in certi casi anche
finanziario) ai movimenti estremisti palestinesi. Nel frattempo entro
il 10 dicembre una commissione mista dei ministeri dell'Interno italiano
e libico chiuderanno l'intesa per la collaborazione tra forze di polizia
per controllare le partenze dei clandestini dai porti libici. Sul piano
bilaterale Shalgam e Frattini hanno firmato un accordo di cooperazione
culturale e scientifica in base al quale potrý rientrare in Libia giý
nelle prossime settimane la Venere di Cirene. La Libia ha inoltre riconosciuto
una quota consistente dei 600 milioni di euro di crediti non assicurati
che rappresentano il contenzioso più pesante tra i due Paesi.
Anche la questione dei visti per gli Italiani espulsi dal Paese nel
'70 sembra avviata a soluzione. Nello stesso tempo il progetto di ospedale
ortopedico italiano andrà avanti cosÏ come l'autostrada Tripoli-Bengasi.
Il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunari sarà a Tripoli
entro la fine di luglio per finalizzare il progetto
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Gerardo
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