Domani la partenza del Presidente del Consiglio
Minacce sulla visita di Berlusconi a Gheddafi
Da un sito Internet accuse al leader arabo diventato «amico dell'Occidente»

La Stampa

24 agosto 2004

Queste minacce non ci fanno paura. Una volta abbracciate determinate scelte politiche, siamo disposti a trarne tutte le conseguenze. Insomma, non ci tireremo indietro». Alla vigilia dell'incontro in Libia tra il nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il premier Muammar Gheddafi, un'autorevole fonte diplomatica libica commenta il proclama, trasmesso via Internet dalla neosigla «Abu Bakr el Libi», nel quale si annuncia la jihad, la guerra santa, contro i governanti libici colpevoli di ricevere «il maledetto primo ministro Berlusconi» - «le cui mani sono macchiate del sangue dei musulmani in Iraq e Afghanistan e negli altri paesi musulmani» - sottomettendosi «alle richieste degli ebrei e dei cristiani». E' la prima volta che una minaccia così esplicita viene rivolta da un gruppo radicale islamico contro il leader Gheddafi, contro la Libia che ormai si è avvicinata all'Occidente. Una prima valutazione (e ipotesi) della nostra intelligence è che «dietro questa nuova sigla si nasconda un gruppo di dissidenti libici». Nel proclama, - mandato in rete dal sito fondamentalista «islamic-minbar.com» - il gruppo «Abu Bakr el Libi» si dichiara erede dello sceicco Omar Al-Mukhtar, che nel 1932 guidò la rivolta dei musulmani libici contro le truppe coloniali italiane. «Abbiamo stabilito di aprire le porte del jihad contro il governo libico, i cui membri, dal presidente ai ministri, sono per noi dei ricercati. Allah sarà testimone che porteremo il governo libico a uno stato di terrore e rimpiangerà di aver accettato la visita di Berlusconi, nemico di Allah e dell'Islam, in Libia. Forse ritarderemo ma manterremo la nostra promessa di cacciare Berlusconi il crociato dalla terra pura dei musulmani». Se dietro questo gruppo non ci dovesse essere nessun dissidente libico, la sigla «Abu Bakr el Libi» sembra proporsi nella logica di voler emulare le «Brigate Abu Hafs al Masri», la sigla che da tempo minaccia l'Italia e il suo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e che ha rivedicato diverse stragi terroristiche (Istanbul e Madrid) dei gruppi radicali islamici. In realtà, anche la Libia deve fare i conti con la minaccia terroristica, con le formazioni dell'integralismo islamico. E anche per questo ha abbracciato con convinzione la lotta all'immigrazione clandestina: «Non sappiamo - hanno spiegato le autorità libiche - se tra i clandestini vi sono terroristi». Nel giugno scorso, nel deserto, ai confini con il Ciad, le forze di sicurezza di Tripoli hanno ingaggiato un conflitto a fuoco (due militari libici uccisi) con i partecipanti a un campo di addestramento del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. «Questo gruppo algerino - ha rivelato alla Stampa il ministro degli esteri Shalgham -, dopo aver attraversato il deserto, passando dall'Algeria al Niger e al Ciad, cercava di infiltrarsi in Libia». A rendere poi ancora più inquientante lo scenario, sempre il ministro degli esteri Shalgham ha denunciato che i fondamentalisti islamici vogliono fondare «un regno islamico» a sud della Libia. In questo quadro si inserisce il proclama, datato 22 agosto, del gruppo «Abu Bakr El Libi». Nel testo si afferma: «Proclamiamo il massimo stato d'allerta in tutte le regioni libiche, considerato che il governo ha innalzato la bandiera crociate sulla Libia musulmana sottomettendosi alle richieste degli ebrei e dei cristiani e trattando con loro». Agli inizi di agosto, la la Lega Calcio di Adriano Galliani annunciò che «sopraggiunti motivi organizzativi», veniva annullato l'incontro di calcio tra Lazio e Milan che si doveva tenere a Tripoli il 21 agosto. Una decisione improvvisa che ha sollevato molti dubbi. In quei giorni, le brigate «Abu hafs al Masri» avevano lanciato l'ultimatum contro l'Italia, chiedendo al nostro paese di ritirare le truppe in Iraq entro il 15 agosto. Il Milan, si sa, è la squadra di calcio di Silvio Berlusconi. Forse oggi è più chiara la ragione perché quella partita non si è svolta a Tripoli


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Berlusconi ci riprova con Gheddafi

Il Sole 24 ore

20 agosto 2004

ROMA * <Se vieni a Tripoli troveremo il modo di metterci d'accordo su tutto>. Quel "tutto" sta per: immigrazione clandestina, entità del gesto "simbolico" che dovrebbe chiudere il contenzioso postcoloniale, pagamento dei crediti alle imprese italiane, concessione dei visti ai nostri connazionali espulsi nel '70. La promessa sarebbe stata fatta personalmente dal colonnello Muammar Gheddafi al presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, nei primissimi giorni di agosto. E Berlusconi, per l'ennesima volta, ha voluto credere all'assoluta buona fede del "leader" della Jamahiriya tanto che, salvo sorprese dell'ultimo momento, è intenzionato a compiere un viaggio lampo a Tripoli mercoledì prossimo.
Anche il 10 febbraio scorso Berlusconi volò in giornata a Sirte, pensando di chiudere un negoziato che una schiera di diplomatici avevano messo in stand-by da molti anni con il rischio, a ogni ripresa di contatto, di peggiorare la già difficile situazione. Quel viaggio non si tradusse, però, in alcun accordo. Non solo: la delegazione italiana non trovò il modo di chiarire l'assoluta impraticabilità del progetto richiesto da parte libica che pretendeva e pretende come "gesto simbolico" per sanare i danni relativi al periodo coloniale la costruzione di un'autostrada tra Tripoli a Bengasi dal costo di 6 miliardi di euro. Berlusconi avrebbe solo avanzato perplessità momentanee legate alla difficile situazione finanziaria. Gheddafi avrebbe suggerito perfino di chiamare l'arteria "Berlusconia" al posto dell'attuale vecchio collegamento "Balbia" dal nome di Italo Balbo, arrivando a proporre uno svincolo vicino a una località di mare dove costruire una villa per lo stesso presidente del Consiglio italiano.
Nulla di fatto, in quella circostanza neppure per il pagamento di crediti per 600 milioni di euro ad aziende italiane e neppure per la concessione dei visti per molti cittadini espulsi all'atto della presa di potere di Gheddafi. Si tratta ormai quasi esclusivamente di parenti di persone che hanno vissuto in Libia e che vi vorrebbero fare ritorno per rendere omaggio a qualche tomba nel deserto o vedere le case nelle quali sono nati i loro genitori.
Sempre nell'incontro del 10 febbraio Gheddafi chiese a Berlusconi un impegno per la revoca dell'embargo europeo alle esportazioni verso la Libia di materiali a doppio uso (militare e civile) necessari per contrastare con efficacia l'afflusso di immigrati clandestini prima in Libia e poi sulle coste italiane. Le autorità del nostro Paese si sono attivate in ambito europeo negli ultimi mesi, ma la situazione si è sbloccata solo la settima scorsa con l'accordo tra Libia e Governo tedesco per il risarcimento delle vittime dell'attentato alla discoteca <La Belle>. Ora si attende con la nuova Commissione la revoca del regolamento Ue che prevede l'embargo alla Libia . Proprio ieri sera a Bruxelles anche di questo hanno parlato il commissario uscente alla Giustizia e affari interno Antonio Vitorino e il nuovo commissario italiano Rocco Buttiglione che gli succederà dal prossimo primo novembre.
Il tema dell'immigrazione rischia di essere ancora una volta il piatto forte del faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi. Ma le premesse non sono affatto buone, visti gli scarsissimi risultati raggiunti dalla delegazione italiana guidata da Alessandro Pansa del ministero dell'Interno giunto a Tripoli la settimana scorsa per cercare un accordo sulle tendopoli dei clandestini in partenza verso l'Italia e i pattugliamenti congiunti dopo l'arrivo dell'ennesima "carretta" del mare con il suo carico di morti a Siracusa. L'unica "collaborazione" da parte delle autorità della sicurezza libica all'Italia si sarebbe limitata al passaggio di qualche informazione su soggetti fondamentalisti che operavano nelle moschee italiane.
Ora si spera che la "diplomazia personale" del cavaliere riesca laddove quella tradizionale ha fallito. Tuttavia non mancano molti consiglieri soprattutto al ministero degli Esteri che suggeriscono una linea meno cedevole con Gheddafi proprio nel momento in cui il colonnello sta riallacciando importanti rapporti diplomatici e di affari con americani e inglesi dopo che il nostro Paese è stato l'unico nei duri anni dell'embargo a tentare di riavvicinare la Libia alla comunità internazionale.
Ben diversa, ad esempio, è stata la posizione dei tedeschi. Il 3 settembre anche il cancelliere Gerhard Schroder si recherà a Tripoli, ma solo perché la settimana scorsa è stato raggiunto l'accordo. L'anno scorso anche i francesi riuscirono a strappare ai libici il risarcimento da 10 milioni di dollari a vittima (uguale a quello per Lockerbie) per le vittime dell'aereo Uta sui cieli del Niger nel quale morirono anche due italiani.



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La Libia dei vinti: istantanee da un esilio

Corriere della Sera del 12 maggio 2004
di Antonio Ferrari

E' stato un dramma rimosso in fretta. Quando si materializzò, se ne vollero accorgere in pochi. Quando si concluse, per troppi fu comodo dimenticare. L' esodo coatto dalla Libia dei nostri connazionali fu infatti considerato un modesto e fastidioso cruccio nell' Italia che entrava negli anni

' 70. Un' Italia turbata dalla contestazione studentesca, ferita dall' esplosione del terrorismo nero con la strage di piazza Fontana, impegnata in un' acritica linea politica filo-araba (suggerita da interessi petroliferi), e prostrata dalla cronica instabilità governativa. La cacciata di migliaia di italiani, decisa dopo il colpo di stato del colonnello Gheddafi , giunse come tardiva e imprevista conseguenza dell' aggressione coloniale voluta da Mussolini, e si preferì ritenerla un inevitabile incidente di percorso, perché per Roma era molto più importante mantenere solidi legami con il vertice libico che reagire per difendere i diritti degli eredi della guerra. Certo, gli italiani di Tripoli e Bengasi dovevano scontare la brutalità dell' occupazione fascista, ma per anni i reduci di quell' aggressione coloniale avevano comunque meritato rispetto e considerazione. In fondo, garantivano un lavoro a molti libici, avevano bonificato il deserto ed erano convinti che i danni di guerra fossero stati compensati, comunque estinti. Ma la Libia che un giorno si sveglia con la voce monotona e il messaggio rivoluzionario del giovane e sconosciuto Gheddafi , che incita il popolo a un' orgogliosa riscossa, è un Paese improvvisamente diverso. Che riscopre gli eroi della resistenza anti-italiana, che soprattutto si accende di uno sconosciuto furore nazionalistico, che il deposto re Idris aveva saputo anestetizzare.   I fedeli collaboratori di ieri diventano improvvisamente ostili: pochi per convinzione, alcuni per convenienza, molti per paura del nuovo ordine (o disordine) imposto dal colonnello, che sostiene (a parole) di rifiutare tutti i poteri, e di voler essere semplicemente la guida, il supervisore di uno Stato che deve crescere da solo. È in quell' atmosfera che matura il dramma della cacciata definitiva degli italiani. Luciana Capretti, nel suo bel libro, Ghibli (210 pagine, Rizzoli), ce ne racconta le sofferenze, le ansie e le miserie, riuscendo con maestria narrativa a coniugare racconti, confessioni, magri ritagli di giornale, ma soprattutto un' immagine: «di un uomo che torna a casa, dopo trent' anni all' estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio»; e un ricordo: «di una donna cui miseria fascismo guerra emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre». Emozioni raccolte e innervate nella trama di un romanzo dove si ritrova non soltanto l' atmosfera della Libia di ieri, ma quella di oggi, con i soldati-bambini armati di fucile, con un governo che si finge autonomo ma dipende esclusivamente dal suo leader, con il discutibile processo (quasi una farsa) agli infermieri bulgari, accusati di aver trasmesso l' Aids a centinaia di bambini e condannati a morte, con l' ambiguo atteggiamento del colonnello, che adesso si dichiara ravveduto, abiura il terrorismo, rinuncia alle armi proibite e viene accolto come il figliol prodigo dalla comunità internazionale. Affiora dal libro la cornice psicologica che accompagna tutte le fughe da ciò che ci appartiene o abbiamo faticosamente costruito, magari ritenendo di aver pagato un peccato originale di cui non ci sentiamo colpevoli. Sono scene che non hanno patria. Le abbiamo trovate nella storia degli ebrei, perseguitati dai nazisti: i pochi che riuscirono a sottrarsi ai lager portavano con sé soltanto oggetti preziosi e quadri, più facili da barattare per sopravvivere. Le abbiamo trovate in Libano, durante la guerra civile. In Palestina. Nell' Iran degli ayatollah. E anche in Libia, con i fuggitivi che, per aggirare la dogana, infilano diamanti nel tubetto del dentifricio, le monete d' oro nel bastone da passeggio, i dollari nell' imbottitura del divano. In Ghibli, non c' è tolleranza nei confronti del fascismo, e neppure rabbia per la rivoluzione di Gheddafi . A impreziosirlo sono le storie umane dei vinti che si ritrovano vincitori. E dei vincitori che non accettano di diventare vinti.

 


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E Gheddafi disse: «Italiani, a casa»

Il Messaggero del 12 maggio 2004
di Piero Santonastaso


“MAHMUD c'era riuscito. Aveva convinto gli ufficiali di polizia che quel negozio gli spettava di diritto perché vi aveva lavorato insieme al padrone italiano, e ora sedeva immobile, intontito di soddisfazione, un sorriso sulle labbra sottili: aspettava la fine del ghibli”...

“Attardi era sceso dal taxi. Le ultime lire le aveva date all'autista e a mani vuote si avviava verso il vialetto di casa. La gamba gli faceva male, il sangue si era rappreso sulla ferita, e tutt'intorno si stava gonfiando. Zoppicava un po' ma non pensava ad altro: era arrivato. Davanti a lui un palazzone vicino al mare di Ostia, per non dimenticare gli odori salmastri di una vita”.

Sono due brani, l'incipit del libro e l'inizio di una storia parallela, del bel racconto Ghibli (Rizzoli, 204 pagine, 14,50 euro) nel quale Luciana Capretti non diremmo che racconta soltanto, ma fa rivivere “la cacciata”. Che è la storia degli italiani mandati via dalla nuova Libia del colonnello Gheddafi, giovane rivoluzionario vincente più di trent'anni fa, ma non è solo l'epopea di quella cacciata: è la storia dell'Italia e della Libia, degli italiani in Libia quando avevano percorso andando là, quasi all'incontrario, il cammino della speranza che oggi tanti maghrebini ripercorrono venendo in qua; la storia di un petrolio che esplode all'improvviso dove quasi nessuno lo immaginava; la storia di anime musulmane o cattoliche, di costumi prima ancora di vita che non di abito, l'intreccio di un odio e di un amore, il mal d'Africa e la voglia di casa, Mahmud e Attardi uno di fronte all'altro, paralleli e perpendicolari nella loro storia; è la dolce vita di Tripoli, che ti pare di viverci e vorresti sedere anche tu sulle poltroncine rosse d'un teatro dove canta Joséphine Baker e che paiono quelle del bambino che andava col papà al Politeama di Palermo; è la via Costanzo Ciano che diventa sciarà 24 dicembre, con la storia che passa anche da questo: dall'idealizzazione del “consuocero” alla novità dell'indipendenza.Ci sono mille pennellate, si direbbe mille tocchi di penna in questo romanzo che sa di verità e di vita, il romanzo di una generazione, speranzosa prima e disperata poi. “Clandestino vivo dentro un violoncello” è il titolo giornalistico di un ritorno. E Mahmud, alla fine della storia, in un flashback, apre la cassaforte e trova... Ha importanza? Il finale di un libro che ti prende il cuore e la ragione non si racconta, si legge.

 


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La rivoluzione, l’esodo, il nuovo patto

Il Messaggero
12 maggio 2004


Con due leggi promulgate il 21 luglio 1970, il colonnello Gheddafi - che aveva preso il potere nel 1969 deponendo re Idris e proclamando la repubblica, decretò l'espulsione dei 20.000 italiani che vivevano nel paese al tempo della rivoluzione. Tre mesi dopo, il 18 ottobre, Gheddafi poté annunciare che erano partiti 12.770 italiani e che erano stati confiscati 37.000 ettari di proprietà terriere, 1.700 case, 10 cliniche, 500 aziende e locali pubblici, commerciali o professionali, 1.200 veicoli. Erano stati congelati nelle banche depositi per oltre 80 milioni di sterline libiche.

Dopo il grande esodo, comunque, rimasero in Libia circa 1.500 italiani la cui presenza era particolarmente utile al nuovo regime. Si trattava di tecnici e rappresentanti di grandi imprese italiane, che potevano contribuire allo sviluppo del paese divenuto ricco grazie allo sfruttamento delle proprie risorse petrolifere. Si creò, allora, una situazione paradossale. L'Italia, che era il “nemico storico” della Libia e bersaglio delle continue filippiche del colonnello Gheddafi, era diventata, nello stesso, tempo, il suo maggior partner economico e fornitore di beni e servizi. Negli anni 70 il paradosso si completò con una nuova emigrazione di circa 15.000 italiani in Libia ritenuti utili allo sviluppo del paese.



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Gheddafi a Bruxelles: intervista a Giovanna Ortu

Agenzia News Italia Press del 27 aprile 2004

In una corrispondenza da Bruxelles sull'incontro Prodi-Gheddafi l'agenzia News Italia Press pubblica un'intervista a Giovanna Ortu:

L'incontro di oggi ha visto un colloquio bilaterale tra Prodi e il Presidente africano in tarda mattinata, una riunione con i commissari dell'Unione nel pomeriggio, un incontro con l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell'Ue Javier Solana . In serata, invece, il leader di Tripoli ha partecipato ad una cena ufficiale , accolto Primo Ministro belga Guy Verhofstad a Palazzo d'Egmont e da un nutrito gruppo di esponenti della politica e dell'economia. Il leader ripartira' domani dopo aver incontrato i rappresentanti del Parlmento del Belgio. Per alcuni, è un risultato storico, frutto di una politica che il Presidente europeo persegue dal 1999.

E non potrebbe essere diversamente – esordisce la Presidente dell'Airl, L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, Giovanna Ortu -. In fondo nel tentativo di riallacciare i rapporti con la Libia, l'Italia non ha conosciuto né destra né sinistra. Tutti sembrano affetti dalla sindrome di Stoccolma, attirati dal loro carnefice. Sono arrabbiata per questo atteggiamento . Non la ritengo – prosegue - una politica adeguata. Noi siamo stati trattati a pesci in faccia. Cacciati dalla Libia, senza speranza di tornarci nemmeno da turisti" .

In una lettera scritta al Presidente dell'UE all'annuncio del colloquio che si è svolto quest'oggi, la Ortu ha espresso le sue perplessità e quelle di tutta la comunità italiana di Libia. Un accordo tra l'Italia e il Paese africano, infatti, impedirebbe di raggiungere una soluzione sia per l'indennizzo dei beni confiscati dal regime libico sia per il rilascio di visti turistici agli italiani nati in Libia e desiderosi di tornare a visitare i luoghi della memoria . Soluzioni che già il 28 ottobre 2002 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva accennato nel suo incontro con Gheddafi. A questi timori Prodi rispose che, data l'assenza di qualunque accordo tra l'Europa e la Libia, i contenziosi in atto con l'Italia sarebbero rimasti di specifica competenza del Governo nazionale. "Ma resta il timore che le nostre richieste rimangano disattese – ribatte la Presidente dell'Airl -. Lo dimostrano i diversi atteggiamenti che la Libia ha tenuto con la Gran Bretagna e l'America, ammettendo le sue colpe nei disastri aerei. Riconoscimento che, invece, non è avvenuto per le nostre stragi, quella di via Veneto e quella di Ustica.

Noi, invece – si affianca la Ortu – speriamo vivamente che questa svolta verso la democrazia esista , e favorisca noi italiani d'Africa. Quello che ci fa male – confessa la Presidente dell'Airl – è che dentro di noi c'è una visione ben diversa tra il regime libico e la popolazione, cui siamo legati da profonda amicizia". L'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia fa poi una riflessione, si chiede se l'Italia in 50 anni non abbia già pagato a sufficienza con attacchi e attentati il prezzo del colonialismo . Sia con la costruzione di ponti, strade ed edifici pubblici, sia con il trattato del '56, successivo alla seconda Guerra Mondiale, che prevedeva un accordo di collaborazione economica e imponeva all'Italia il trasferimento allo Stato libico tutti i beni demaniali e di 5 milioni di sterline a saldo di qualunque pretesa. Oltre che la disattesa continuità della permanenza della comunità italiana residente nel paese.


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«Noi, rimpatriati dalla Libia
e dimenticati dal nostro governo»

Corriere della Sera del 29 giugno 2003
di Maurizio Caprara

ROMA - «L’unica buona notizia riguarda il cimitero: un nostro rappresentante potrà andare a Tripoli per esprimere un parere su come sistemare il cimitero italiano, danneggiato da una lunga incuria. E se questa, che pure ci sta a cuore, è la sola novità positiva, le cose non vanno bene», dice Giovanna Ortu, la presidente dell' Associazione italiani rimpatriati dalla Libia. Dal suo punto di vista, il negoziato tra il nostro Paese e la Jamahiria sulla lotta all' immigrazione clandestina rischia di essere un' occasione mancata.
Perché tanta insoddisfazione?
«Il governo si sta occupando dell' immigrazione e del gran volume di affari che l' Italia ha con la Libia, ma non di noi. I pochi soldi destinati all’indennizzo per i danni che subimmo cadono sempre sotto la scure di Tremonti. E non è che chiediamo molto. Neanche sui visti che desideriamo per rivedere il Paese dal quale fummo cacciati 33 anni fa riescono a ottenere passi avanti da Tripoli. Sospetto che il governo ci consideri colpevoli».

Il governo italiano? Non quello libico?
«Io, che avevo un padre arrivato in Libia nel 1917, non rinnego il nostro passato colonialista. La storia, che non si ripete, non si cancella. Ma perfino il ministro degli Esteri libico Shalgham, quando nel 2002 sono stata riammessa lì una volta, mi disse: ce l’abbiamo con il colonialismo, non con voi singoli. E infatti in Libia ebbi grandi manifestazioni di affetto».

Quali rimborsi rivendicate?
«Ad essere mandati via da Gheddafi, nel 1970, fummo in 20 mila. Altri 5mila se n’erano andati nei dieci mesi precedenti. Ci accontenteremmo di 250 milioni di euro da stanziare in più anni. I beni che ci confiscarono, 33 anni fa, furono valutati in 400 miliardi di lire di allora. Le domande di rimborso al Tesoro sono 6.500. Potemmo presentarle soltanto al governo italiano, il solo titolato a ricorrere contro la violazione del trattato».

Le ultime risposte?
«Berlusconi mi promise una soluzione, poi nella Finanziaria c'è stato soltanto uno stanziamento, mal congegnato, di 2 milioni e mezzo di euro per tre anni. Offensivo. E il 5 giugno il ministro degli Esteri, Frattini, ha sostenuto che sui visti confidava in “un gesto di disponibilità umanitaria” del governo libico. Ma insomma, un po’ di dignità: forse non era neanche stato informato che i libici avevano già preso impegni formali nel 1998».


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ITALIA-LIBIA/ CREDITI NON ASSICURATI, DOSSIER ANCORA INEVASO
Ap.Biscom 1 luglio 2003

Oltre 887 milioni di euro dovuti alle aziende italiane
Discorso separato da quelli dell’embargo e della lotta all’emigrazione clandestina, è il superamento di alcune questioni bilaterali legate ancora al retaggio coloniale e forse alla fatica del Colonnello Gheddafi di lasciarsi alle spalle il ricordo di quegli anni. Due i temi rimasti ancora aperti a trattative: quello dei crediti non assicurati delle imprese italiane verso istituzioni, enti e organismi libici e quello dei visti agli italiani rimpatriati e ai profughi.
Dopo la prima trance di pagamenti da parte del governo libico alla Sace, che aveva a sua volta risarcito le imprese italiane assicurate che avevano eseguito lavori in Libia senza essere state ricompensate, a differenza di quanto annunciato durante la visita a Tripoli di Berlusconi, i crediti non assicurati delle aziende italiane sono rimasti inevasi. A quanto si apprende da fonti diplomatiche, si tratterebbe di oltre 887 milioni di euro (calcolati da una parte terza) e di crediti che risalgono agli anni Settanta. Un nodo, insomma, ancora da sciogliere.
C’è inoltre un’altra questione non risolta che riguarda una questione “umanitaria”: quella dei visti agli italiani rimpatriati e ai profughi, nonché della salvaguardia dei propri beni. Per l’Associazione Italiana dei Rimpatriati dalla Libia Giovanna Ortu ne fa una questione di principio. Si tratta spesso di persone ormai molto anziane, nate in Libia durante l’occupazione e che vorrebbero solo rivedere da turisti il luogo dove hanno trascorso l’infanzia, oppure il cimitero dove sono stati sepolti alcuni cari. La Libia è rimasta tuttavia molto rigida nel rilascio di visti a persone nate nel periodo coloniale, I rimpatriati italiani erano 20 mila, nel 1969, oggi l’associazione ne rappresenta circa 1.800 (capifamiglia).
Legata solo in parte alla vicenda dei rimpatriati è quella degli ebrei libici di cittadinanza italiana, i quali hanno creato un Comitato di Assistenza agli Ebrei di Libia nel tentativo di recuperare alcuni beni persi con l’abbandono di quel Paese dopo il 1967. La comunità ebraica, presente in Libia per 2000 anni, è stata molto florida fino alla sua cacciata dopo la Guerra dei Sei Giorni. Nel 1967 erano circa 4mila gli ebrei italiani.
Sds/Nes


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ITALIA-LIBIA/RIMPATRIATI ITALIANI: FERITA DEL ‘70 ANCORA APERTA

Ancora negati visti da governo libico.
Contenzioso su indennizzi

Nes/Sds

“C’è una antica ferita non ancora rimarginata tra Italia e Libia: quella degli italiani nati e residenti nel Paese ‘cacciati’ nell’agosto del 1970 dopo l’ascesa al potere del colonnello Muhammar EI Gheddafi. Il rimpatrio forzoso, interessò circa 20 mila italiani che lasciando il Paese persero tutto. Tra gli espulsi c’erano anche 4 mila ebrei italiani cui il governo libico aveva confiscato i beni in quanto ‘nemici’ già nel ‘67 con la guerra dei ‘sei giorni’”. “Fino a quel momento eravamo stati protetti dal trattato Italo-libico del 1956 che tutelava le minoranze racconta Giovanna Ortu presidente dell’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia - poi le cose cambiarono rapidamente. Fummo mandati via e costretti a lasciare lì tutto quello che avevamo. Ci fu consentito di portare via solo piccole masserizie. Fu una cosa tristissima... Ma questo appartiene al passato”.
Un passato tuttavia non ancora archiviato per molti dei 1.800 iscritti all’associazione che annualmente si riuniscono per ricordare e discutere dei problemi ancora aperti come l’annosa questione dei visti negati agli italiani nati in Libia e quella degli indennizzi per i beni espropriati a coloro che risiedevano nel paese nord-africano. “La Farnesina e gli ambasciatori Badini e Sessa devo dire hanno fatto molto - aggiunge Ortu - noi però oggi chiediamo al governo di arrivare a una soluzione dei problemi ancora aperti”. Giovanna Ortu, che è stata tra i pochi ex profughi a poter tornare in Libia dopo l’espatrio “ci sono tornata con mia figlia nel maggio 2002”, ha inviato un telegramma al ministro dell’interno, Giuseppe Pisanu, che in questi giorni si recherà a Tripoli per la firma di un accordo di collaborazione per il contrasto all’immigrazione clandestina. “Vogliamo ricordare che è ancora in sospeso il contenzioso con il governo italiano per lo stanziamento degli indennizzi definitivi che ci sono stati promessi dal vice presidente del consiglio Fini”
Il prossimo 8 luglio, un rappresentante dell’associazione sarà a Tripoli per partecipare ai lavori di una commissione mista italo-libica che dovrà affrontare il problema dei cimiteri italiani e del rimpatrio delle salme in Italia. “E’ un problema umanitario molto sentito da coloro che da anni cercano di far tornare in Italia le salme di parenti e congiunti. Vogliamo affrontare anche questo problema con realismo e spirito di collaborazione”, ha concluso Ortu.

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Intervista a Giovanna Ortu di Maurizio Rinaldi
Il Tempo 20/10/2002


GIOVANNA Ortu Ë presidente dell'Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, che riunisce i 2Omila italiani che furono espulsi dal paese arabo nel luglio 1970 dal colonnello Gheddafi, appena salito al potere.
Signora Ortu, cosa pensa della visita del presidente Berlusconi in Libia?
"La vediamo con estremo favore. Siamo stati cacciati trent'anni fa da Tripoli con un decreto di espulsione che ha violato un trattato sottoscritto da Libia e Italia e che recepiva una risoluzione dell'Onu ma che il nostro Paese non ha mai fatto valere, mirando pi˜ alle forniture di petrolio. Nel 1999 c'Ë stato l'accordo fra l'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini e il ministro degli Esteri libico. Ora il presidente Berlusconi gestirý la questione. Allora abbiamo perso una cifra che oggi corrisponderebbe a 2 miliardi di lire.
 Ne abbiamo ottenuti in questi anni solo 300. Chiediamo almeno 500 miliardi, di cui subito 50. Non importa se la Finanziaria stringe i cordoni della borsa, abbiamo diritto, da trent'anni, a un indennizzo. Capisco che sono tempi duri e che la Fiat va male ma proprio Gheddafi nel 1976 finanziÚ con i nostri soldi la crisi della casa automobilistica. Ora Ë il momento che venga fatta giustizia".
Quanti sono ora i rimpatriati dalla Libia?
"Dei 2Omila espulsi molti sono morti, anche in seguito a ciÚ che Ë accaduto. Sono rimaste oltre 6 mila persone".
Che cosa ricorda dei tempi dell'espulsione dal paese in cui risiedevate?
"La mia famiglia possedeva diversi terreni agricoli, eravamo benestanti. Il giorno dell'espulsione mi ricordo di aver chiuso la porta di casa con mia figlia di 7 mesi in braccio e di essere andata di corsa, ancora in ciabatte, all'aeroporto. »' stato drammatico. Abbiamo dovuto ricostruire da zero le nostre vite"
A maggio Ë potuta tornare in Libia per incontrare il ministro degli Esteri. Cosa ha provato rientrando in quel paese?
 "Emotivamente ho cercato di vivere il rientro con tranquillitý. La rabbia che ayevo provato i primi tempi dopo la fuga si era dissolta. I componenti dell'associazione provano ora solo nostalgia. Sono anzi rimasta colpita dalle dimostrazioni d'affetto nei nostri confronti.
Ho avuto l' opportunitý di tornare nella casa dove sono nata, a Tripoli, e ho camminato nel grande giardino. Ebbene, mi ha fatto piacere che era ben tenuta. Certo, la cittý Ë molto cambiata ma conserva un fascino incredibile. E' un paese che avrý un futuro turistico rilevante".
Ora volete giustizia e l'adeguato indennizzo. Quali sono le vostre richieste?
"Avevamo molto in Libia e abbiamo improvvisamente perso tutto. Credo che il presidente Berlusconi vada lÏ anche per sciogliere il contenzioso fra la Libia e le imprese italiane che negli anni 80 e 90 hanno lavorato nel paese arabo. Insomma, abbiamo diritto allo stanziamento di quattro soldi, alla sistemazione del cimitero di Tripoli e alla facoltý di tornare in Libia. Si tratta della nostra dignitý".


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Premier in Libia. I dubbi di An:chiarisca i motivi
Corriere della Sera del 19/10/2002

ROMA - L'incontro tra Silvio Berlusconi e Muhammar el Gheddafi in programma per il 28 ottobre a Tripoli ha reso inquieta Alleanza nazionale. Del viaggio si Ë parlato ieri nel Consiglio dei ministri e, stando a voci filtrate fuori, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini avrebbe avanzato riserve sostenendo che in Libia i sentimenti anti-italiani non sarebbero spenti. Quando questa versione Ë rimbalzata tra i giornalisti, Fini ha fatto precisare di essersi limitato all'"auspicio che la visita possa migliorare i rapporti tra i due Paesi e con i nostri connazionali obbligati a lasciare la Libia". Meno diplomatico Ë Mirko Tremaglia, ministro di An per gli Italiani nel mondo: "Mi dispiace di aver lasciato la riunione prima, avrei avuto qualcosa da dire. Da presidente della commissione Esteri della Camera fui invitato in Libia: risposi che non ci mettevo piede se non veniva cancellata la festa nazionale della vendetta contro l'Italia, fissata in ottobre. E finchÈ non la si cancella credo che nessuno debba andare lÏ". Saputo che Berlusconi restituirý ai libici la Venere di Cirene, statua sottratta dall'Italia in era coloniale, il ministro che non rinnega il suo passato nella Rsi aggiunge: "Ci restituiscano semmai le aziende agricole nate dal deserto quando demmo anche la cittadinanza italiana al libici".
Nel frattempo Gustavo Selva, An, presidente attuale della commissione, ha chiesto che il governo spieghi lo scopo del viaggio.


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Un'autostrada e un ospedale il prezzo simbolico.
Il 28 ottobre l'incontro tra Berlusconi e Gheddafi. 

il Tempo 20/10/2002

ITALIA- Libia: ovvero, l'ora della pace. L'incontro tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi - lunedÏ 28 ottobre, cioË tra meno di dieci giorni, sotto la tenda beduina riservata agli ospiti pi˜ importanti - sancisce la fine del contenzioso tra Roma e Tripoli sull' "occupazione colonialista" italiana. Una data storica, quindi. E nello stesso tempo, anche se non c'Ë stato nel caso specifico alcuna mediazione dell'Italia, il rientro del Colonnello, non pi˜ leader di uno "stato canaglia", nella comunitý internazionale. Il testo dell'intesa che ha reso possibile la visita di Berlusconi, prevista per la scorsa primavera e via via slittata, Ë pronto. Berlusconi rimarrý in Libia una giornata: il tempo di un colloquio a quattr'occhi con il "Grande leader", di un pranzo con le due delegazioni. Fino a ieri non era ancora definito il luogo dell'incontro: o l'oasi di Sehba, o Tripoli oppure Sirte, che Ë anche la sede del Parlamento libico, e dettaglio importante, la cittý meno lontana da Benghasi, dove i due potrebbero fare una visita a sorpresa per inaugurare insieme il Centro medico di eccellenza che Ë il "dono simbolico" offerto dall'Italia alla Libia per chiudere col passato. 
Risultato che Ë merito soprattutto di Berlusconi, che si Ë incontrato due volte (a Roma e Valencia) con il ministro degli Esteri libico Abdulrahman Shalgam, ed ha costituito un comitato "ad hoc" di diplomatici che ha negoziato, anche duramente i termini dell'"indennizzo": dopo aver in un primo tempo accettato (sulla base di un incontro con l'allora ministro Renato Ruggiero) che prendesse la forma di un centro medico (ospedale ma anche centro di insegnamento specializzato), Tripoli ha infatti cambiato idea.
La nuova richiesta, resa pubblica proprio a "Il tempo", era un'autostrada tra Tripoli e Benghasi. Il braccio di ferro Ë stato duro ad un certo punto, un caso?, i libici hanno anche bloccato i contratti con le aziende italiane) ma Roma non ha ceduto: perchÈ in questo momento non ha le disponibilitý finanziarie per un "regalo" del genere e poi perchÈ l'indennizzo doveva essere "per tutto il popolo libico". Tripoli alla fine ha capito. Del resto, quasi certamente, l'autostrada i libici l'avranno comunque: il governo Ë infatti favorevole a che le aziende italiane che lo vogliano partecipino, su base volontaria, alla societý mista che la costruirý.
Tra i principali punti dell'accordo, che porterý in futuro alla firma di un Trattato di amicizia e partenariato in tutti i campi, ci sono impegni precisi sui due problemi pi˜ sentiti da parte italiana: quelli dei crediti vantati da aziende italiane in Libia, che sarý risolto da un comitato ad hoc giý costituito, e dei visti che gli italiani espulsi dalla Libia nel 1970 chiedono da anni - ed ora otterranno - per tornare a vedere le case dove sono nati e sono cresciuti. 


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Telefoni e voli bloccati
Libia isolata ricorda le vittime del fascismo 

TRIPOLI -- Libia isolata dal mondo per una giornata in ricordo ´delle vittime del crimine selvaggio commesso dai fascisti italianiª.
Ieri nessun volo internazionale Ë decollato o atterrato dagli aeroporti, nessuna chiamata telefonica con l'estero: una segreteria telefonica ricordava la mobilitazione nazionale contro l'occupazione durata dal 1912 al 1942. Una commemorazione che il governo di Tripoli porta avanti da anni, nonostante li documento congiunto siglato con il nostro Paese nel 1998, e che viene a coincidere con la vigilia del viaggio del premier Silvio Berlusconi in Libia. Il presidente del Consiglio domani mattina avrý il primo incontro con Gheddafi, nel tentativo di aprire ´una nuova pagina" nelle relazioni tra i due Paesi. Dopo il lungo lavoro diplomatico svolto da Giulio Andreotti, concluso dall'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini con l'accordo del '98, a Tripoli ci sono state visite ufficiali di Massimo D'Alema e poi di Renato Ruggiero. Ma successivamente, secondo gli addetti ai lavori, tra Roma e Tripoli sorti alcuni ´malintesiª, legati an‚che a nuove richieste di indenniz‚zi che i libici avrebbero formulato per compensare i danni causati dal colonialismo dell'Italia fascista, che hanno determinato una fase di stallo nello sviluppo delle relazioni bilaterali, sopratutto a livello politico, superata Il 9 ottobre da un colloquio telefonico tra Berlusconi e GheddafL. Ora la missione del premier dovrebbe consentire di restituire ´pienezza e sistematicitýª - come osservato da fonti diplomatiche nei giorni scorsi - a rapporti bilaterali che assumono rilevanza ancora maggiore alla luce della necessitý di garantire la sicurezza nel Mediterraneo.  


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Coinvolgono Ciampi "le parti deboli". Sacrificate da Silvio e Muammar
La Velina Azzurra 4 Giugno

Per Ia prima volta, fidandosi ormai poco di Berlusconi, dopo le mancate promesse seguite alIa visita a Tripoli del 28 ottobre scorso, le associazioni di categoria che rappresentano gli ex interessi italiani in Libia l'AiriI (imprese creditrici) e I'AirI (beni dei rimpatriati) si sono appellate direttamente al Capo dello Stato, nella "Sua veste di supremo tutore della Nazione": un ruolo ampliato rispetto alla Costituzione scritta, ma che Ciampi ha finito con assumere occupando progressivamente i vuoti altrui e in questo caso le omissioni del Governo. La mozione dell'assemblea annuale dell' Airl, che si Ë riunita a Bergamo il 25 maggio, invoca un intervento del Presidente denunciando che nel processo di riconciliazione Italia-Libia vengano trascurati i "capitoli che toccano le parti pi˜ deboli del contenzioso bilaterale, forse da qualcuno ritenute sacrificabili".

Alla vigilia del viaggio di Frattini in Libia, le associazioni di categoria hanno fatto nuove pressioni sul Governo. II presidente delI'Airil Leone Massa ha scritto a Berlusconi ricordandogli che "l'accordo da Lei sottoscritto a Tripoli ii 28 ottobre dello scorso anno, che prevedeva il pagamento da parte Iibica dei debiti verso le imprese itaIiane entro il 31 marzo 2003, Ë stato disatteso fin dai primi passi della sua attuazione e alla fine bellamente calpestato e mandato in soffitta. La lettera lamenta il carente appoggio della Farnesina sulla questione dei crediti, insinuando che sia frutto delle pressioni dell'Eni, che intende assecondare I libici per fare I propri interessi petroliferi.

A sua volta Giovanna Ortu, presidente dell'Airl, ha ammonito il ministro Frattini sostenendo che "II processo di riconciliazione in atto non potrý essere legittimamente completato fin quando il governo italiano non abbia chiuso Ia questione dei beni confiscati dal regime libico, con una definitiva legge di indennizzo a favore degli espatriati. In caso contrario Ia riconciliazione avverrebbe sacrificando non solo gli italiani colpiti daquel regime ma mortificando l'onore stesso dell'Italia".


E' la promessa di Gheddafi al ministro Frattini in visita nel Paese
Tripoli combatterò il terrorismo

sole24ore

Tripoli. I venti di pace che salgano da Aqaba contagiano positivamente Medio Oriente e Maghreb arabo. Ed Ë un linguaggio insolito quello che il colonnello Muammar Gheddafi utilizza nell'incontro con il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, all'ombra della tenda berbera montata nel cortile della caserma "Bab-al-Azyzya", poco fuori Tripoli, di fronte all'edificio bombardato dagli americani nell'86 e nel quale morÏ la figlia del "leader". Da allora tutto Ë rimasto intoccato: le schegge, i divani sventrati e i soffitti pericolanti. Ma, simboli del passato a parte, la Libia di oggi sembra volere chiudere davvero i conti con quella vecchia realtý. Il colonnello chiarisce a Frattini che lui il terrorismo internazionale lo vuole combattere davvero, che anzi si sente lui stesso minacciato dai fondamentalisti e che aspetta «con grande impazienza»l'inizio del semestre di presidenza italiana dell'Ue per uscire dall'isolamento e proseguire la marcia di avvicinamento verso l'Occidente. E chiudere il contenzioso con l'Italia (crediti, visti e risarcimenti), suggellando l'accordo con una visita nel nostro Paese, per ora solo un progetto. Gheddafi (che ha avuto anche un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi) ha discusso a lungo come combattere l'immigrazione clandestina, creando sviluppo nei Paesi di provenienza. Ma quello che pi˜ importa Ë che il Governo di Tripoli sembra intenzionato a chiudere la stagione del sostegno politico (e in certi casi anche finanziario) ai movimenti estremisti palestinesi. Nel frattempo entro il 10 dicembre una commissione mista dei ministeri dell'Interno italiano e libico chiuderanno l'intesa per la collaborazione tra forze di polizia per controllare le partenze dei clandestini dai porti libici. Sul piano bilaterale Shalgam e Frattini hanno firmato un accordo di cooperazione culturale e scientifica in base al quale potrý rientrare in Libia giý nelle prossime settimane la Venere di Cirene. La Libia ha inoltre riconosciuto una quota consistente dei 600 milioni di euro di crediti non assicurati che rappresentano il contenzioso più pesante tra i due Paesi. Anche la questione dei visti per gli Italiani espulsi dal Paese nel '70 sembra avviata a soluzione. Nello stesso tempo il progetto di ospedale ortopedico italiano andrà avanti cosÏ come l'autostrada Tripoli-Bengasi. Il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunari sarà a Tripoli entro la fine di luglio per finalizzare il progetto

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Gerardo Pelosi